martedì 26 gennaio 2010
giovedì 21 gennaio 2010
Processo breve: intervista a Saviano
repubblica.it
ROMA - "Non si possono velocizzare i processi a discapito di chi sta attendendo giustizia. Adesso il messaggio è chiaro. Se in Italia qualcuno pensa di avere risposta dallo Stato, sa che spesso potrà non averla. E chi al contrario percorre strade trasversali alla legalità, quelle della criminalità organizzata e non solo, avrà la consapevolezza di potersela cavare. Che esistono le regole, ma che possono essere corrette".Roberto Saviano, che accadrà quando il processo breve diventerà legge col voto della Camera?
"Per capirlo bisogna ricorrere ad alcune immagini. Processo Spartacus, quello che nei giorni scorsi ha portato alla condanna all'ergastolo in Cassazione per 16 boss della vecchia guardia casalese: con questa legge il primo grado non sarebbe rientrato nei tempi. Sarebbe stato impossibile dimostrare che lo Stato persegue i reati, che è in grado, magari con lentezza, di condannare i colpevoli. Ancora, col processo breve giungeranno a prescrizione i maggiori processi in corso per incidenti sul lavoro. Processi che purtroppo necessitano di tempi lunghi per via delle perizie tecniche e a causa della lentezza della macchina giudiziaria. Per non parlare in ultimo della colpa medica. Tutte le persone che hanno subito interventi medici segnati da errori o terapie sbagliate vedranno cancellato il loro processo".
I cittadini hanno diritto a tempi rapidi, è la tesi del governo.
"Ma perché i cittadini devono pagare due volte? Prima, attendendo tempi lunghissimi per il giudizio. Poi, durante il processo, vedendo cancellata la speranza di avere giustizia? Vero, bisogna velocizzare i processi. La lentezza della macchina giudiziaria italiana è scandalosa, ancor più per un paese che si definisce democratico. Prioritario e giusto velocizzarla. Ma rendendola più efficiente, mettendola in grado di funzionare. Non si può pensare di velocizzare a discapito di chi cerca giustizia".
Obiezioni valide, se non si trattasse di una legge ad personam.
"Basterebbe poco per dimostrare che non si tratti di una norma che fa gli interessi di qualcuno. Dire: ecco, questa legge entrerà in vigore da domani, a partire dai nuovi processi, non ha valore retroattivo. Ma purtroppo così non è".
Ritiene che tra i rischi vi sia quello della diffusione di un senso di impunità, una sorta di incentivo involontario alla criminalità organizzata?
"Il rischio c'è. La criminalità organizzata, e non solo, potrà pensare di cavarsela sempre. Che le regole ci sono ma modificabili".
Il suo appello contro il processo breve, attraverso il nostro giornale e il sito, ha raccolto 500 mila firme. È stato tutto vano?
"Non è stato vano. Quelle centinaia di migliaia di persone sono lì a ricordare che quella non è una legge condivisa, che non va nella direzione della democrazia. Su questo, concordano molti elettori del centrodestra. Mi chiedo con che faccia, da domani, i rappresentanti del governo potranno guardare negli occhi chi chiede giustizia e non potrà più averne".
Ormai la legge è in dirittura d'arrivo. In cosa spera?
"Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento".
Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
"Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su "metodo e analisi criminale", applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi".
Ormai la legge è in dirittura d'arrivo. In cosa spera?
"Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento".
Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
"Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su "metodo e analisi criminale", applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi".
Saviano in cattedra, per dire cosa?
"Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l'immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni '70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell'emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra".
E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
"Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà".
"Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l'immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni '70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell'emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra".
E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
"Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà".
lunedì 18 gennaio 2010
domenica 10 gennaio 2010
Si parte da quì
"Seppure assai brevemente cercherò di argomentare le ragioni che mi hanno indotto ad accettare la candidatura a Segretario Provinciale del Pd della provincia di Oristano, ed al tempo stesso proverò anche ad indicare alcune parole chiave attraverso le quali poter leggere l’idea del Pd che vorrei contribuire a costruire.
Contribuire a costruire appunto. Insieme a quanti già localmente lo rappresentano nelle Istituzioni legislative ed in quelle amministrative del territorio, a quanti sono già impegnati nei Circoli ed a quanti vorranno unirsi in questo faticoso ed affascinante percorso sin dai prossimi giorni.
L’elezione degli organismi dirigenti intermedi avviene in Sardegna, e quindi anche ad Oristano, per la prima volta dopo più di due anni dal natale del Partito Democratico. Nel resto d’Italia invece si parla già di rinnovi.
Rispetto ad allora non siamo più al Governo del Paese e neppure a quello della Regione. Nel frattempo abbiamo conosciuto tre Segretari Nazionali ed altrettanti a livello Regionale. E sempre per non allontanarci dal numero perfetto, abbiamo collezionato anche tre pesanti sconfitte elettorali: le politiche, le regionali e le europee.
A Roma come a Cagliari scontiamo nell’esercizio del nostro ruolo istituzionale questa condizione oggettivamente difficile: inutile nasconderselo. In questo territorio si aggiunge il fatale “smarrimento politico” di chi viene avvertito ed inizia persino a sentirsi comunque perdente.
Da più di dieci anni infatti i riformisti sono fuori dal Governo della Provincia e della Città capoluogo e dei principali Comuni del territorio . C’è la tentazione di accontentarsi, di ritagliarsi lo spazio per una rappresentazione minoritaria di sola e pura testimonianza; talvolta – per disperazione – di emulare prassi un po’ spregiudicate per esistere, ma sempre meno l’ambizione di essere competitivi e di costruire con pazienza una proposta ed un’alleanza politica per vincere e per cambiare.
Eppure sperimentando in prima persona l’umile servizio al seggio elettorale costituito nella città di Oristano in occasione delle ultime Primarie, ho visto più di un terzo degli elettori del Pd della mia Città fare la fila, senza soluzione di continuità dalle 7 del mattino alla tarda serata, per scegliere il Segretario Nazionale e Regionale di questo Partito. E’ successo anche nel territorio. Una marea umana. Non c’era il richiamo come in passato del candidato a governare il Paese o la Regione, motivi di per se assai mobilitanti: questa volta si sceglieva semplicemente il segretario del Partito.
Un atto di orgoglio verso l’idea Democratica ed insieme un voglia matta di partecipazione per chiunque difficile solo da immaginare .
Un’offerta di risorse umane nel mercato della costruzione della proposta politica che a nessuno è permesso di sprecare.
E partirei da qui. Dicendo alcune cose.
Proviamo a costruire dunque anche da noi il Partito Democratico come un partito dei cittadini (elettori ed iscritti, così recita lo Statuto). Un partito flessibile, aperto, consapevole e partecipe dei movimenti sociali.
Un partito presente nelle comunità, fatto di iscritti ai Circoli, nei quali discutere, e di cittadini da consultare e coinvolgere attraverso le diverse forme offerte dalla tecnologia informatica e da internet, e attraverso le consultazioni Primarie.
Si, le Primarie. Ecco , il primo tag, la prima parola chiave. Io credo nelle Primarie, le considero un tratto genetico del Partito Democratico. I partiti non sono associazioni qualunque, organizzazioni chiuse che operano nell’interesse degli iscritti: sono strumenti di partecipazione dei cittadini alla vita delle nostre città. Le proposte che maturano trovano consenso e forza non solo dal proprio interno, ma soprattutto dalle risposte che generano all’esterno, perché all’esterno in fondo si rivolgono quando diventano programma di governo per una Comunità e sempre all’esterno misurano la loro efficacia. Ci sarà una ragione se anche la nostra Costituzione ne ha voluto indicare una specifica fattispecie. I nostri elettori vanno ascoltati e quindi interpellati quando si decide una strategia di grande respiro, quando si indica un programma di governo per il Paese o per il Territorio e quando al tempo stesso si sceglie chi a quella strategia ed a quel programma deve dare testa e gambe. Credo peraltro che da tale impostazione non si tornerà indietro, anche se questa forma di partecipazione va comunque presidiata a fronte di qualche cattiva tentazione verso un ritorno ad un passato che sembrava lontano. Vorrei che questa idea non la lasciassimo cadere quando nei prossimi giorni andremmo a redigere il nuovo Statuto del Partito Democratico sardo e comunque per noi sarà lo strumento privilegiato della partecipazione. Strumento, appunto. Uno strumento e non un’ideologia: l’ideologia va concretata sempre e comunque a prescindere dalle circostanze di luogo e di tempo, gli strumenti vanno usati saggiamente e con una certa flessibilità se vogliamo che siano utili ed appaiano utili.
Proviamo poi a sperimentare la laicità nella nostra esperienza associativa e nella nostra proposta politica. La seconda parola chiave. Un partito laico, consapevole delle proprie radici, ma al tempo stesso permeabile alle novità, curioso del cambiamento. Dove laico vuol dire innanzitutto vedere le cose per quello che sono, “non raccontandoci favole, non cercando di far aderire quello che osserviamo alle nostre convinzioni”. Un partito laico e rispettoso di tutti ha più a cuore i diritti delle persone, la libertà delle loro relazioni ed il sostegno da dedicare ad esse rispetto alle proprie convinzioni di parte. Senza allontanarmi molto dal mio ambiente familiare guardo alla condizione delle famiglie, alla dimensione del fenomeno dei single, delle coppie ricostituite e delle coppie di fatto. Ebbene non ci si può opporre e non le si può negare. In politica non vedere significa negare e non si può negare come la società si articola. Il Pd deve essere laico, senza esitazioni. Chi scrive è un credente ed è persuaso che la dimensione religiosa ha una forte ricaduta sociale, attiene alle libertà della persona, non può essere collocata in una dimensione esclusivamente individuale. Non riuscirei a pensare al mio impegno politico prescindendo dalle mie convinzioni religiose. Ma la prima preoccupazione di un laico cristiano a servizio della propria comunità non è quella di difendere un’identità, ma di maturare il coraggio di un impegno responsabile secondo lo spirito del Vangelo. C’è una base etica all’idea del Pd che ci deve orientare sempre: tenere insieme il ruolo influente dei convincimenti religiosi ed il richiamo ai principi costituzionali e all’esaltazione delle differenze ed alla loro tutela. Questa è la barra per essere e poter essere avvertiti come il partito che difende ed estende i nuovi diritti civili alle persone. Ne va della nostra riconoscibilità, in una parola della nostra identità.
Ma la laicità è una pratica che dovremo declinare anche al nostro interno. Siamo un partito plurale, si dice. Si, siamo un partito plurale. Fotografiamo pure questa pluralità ma abituiamoci però a pensare e vivere la nostra esperienza politica non tanto come una realtà che tutela ed amplifica le differenze interne , magari da custodire e tramandare gelosamente solo per resistere, quanto come un luogo dove la pratica del confronto reciproco esalta i tratti comuni di una sensibilità e di un progetto che invece ci permetta di esistere. Senza dimenticarci che al nostro Progetto guardano in tanti, e che forse i più – da quindici anni a questa parte – si sono riconosciuti solo nell’Ulivo prima, e nel nostro partito poi. Nel direttivo che andremo a costituire dopo l’elezione dell’Assemblea Provinciale sarà prevalente la nuova identità democratica, certo senza marginalizzare nessuno ma “comunque” la nuova identità democratica: voglio dirlo da subito ed a scanso di equivoci. Le scelte che andremo a compiere, anche per quanto riguarda la selezione della classe dirigente e delle rappresentanze istituzionali, proveremo ad indirizzarle verso chi meglio questa nuova identità riuscirà ad incarnarla. Su questo saremo intransigenti. Non troverà terreno fertile l’idea uno di questa provenienza ed uno di quest’altra.
Proviamo a costruire anche un partito strutturato ma comunque partecipato. Terza e quarta parola chiave. Le due cose dovranno sempre stare insieme perché la struttura non può essere quella dei tempi che furono: deve essere una struttura dinamica e capace di far partecipare il maggior numero di persone possibile alle decisioni. Noi dobbiamo saper vedere i cambiamenti, esserne parte, orientarli verso il meglio ed il più opportuno. Sotto questo aspetto i Circoli sono una risorsa, la vera ed unica corrente che dovrà sopravvivere dopo questo tormentato e troppo lungo esodo dai partiti di provenienza. Obiettivo del breve termie: un circolo in ogni Paese ed una frantumazione dell’unico Circolo urbano in circoli dislocati nelle diverse zone della città, con una sede aperta e possibilmente frequentata almeno nei quartieri popolari e nelle frazioni più popolose. La Città capoluogo, il buco nero del Pd, costituirà oggetto di un’attenzione particolare sul piano organizzativo, da concertare con il Comitato Cittadino e con il Gruppo Consiliare. Ed insieme alla Città capoluogo i grandi centri del territorio dove è influente anche “l’opinione”. Lo dico perché abbiamo bisogno di un partito che accorci le distanze, che faccia cose comprensibili a tutti, che parli alle comunità ogni volta che prende la parola. Un partito non di gerarchie ma di relazioni e di rapporti, dove il candidato Sindaco e ed il candidato Presidente della provincia si decide ad Oristano e nel territorio; dove le scelte si fanno con le persone competenti a prescindere dalla loro provenienze; dove la qualità sia sempre riconosciuta non potendosi parlare di merito solo quando ne parliamo fuori, ma dovendo parlare di merito soprattutto anche con riferimento a noi stessi.
E per questo dobbiamo provare ad investire su una generazione nuova, nuova per davvero. Generazione nuova, quinta parola chiave. Personalmente non credo nella Giovanile così come riprodotta oggi nel Pd. Riflette le Giovanili dei partiti di provenienza con tanti vizi e poche virtù. Non so cosa ci riserverà lo Statuto ma spero si abbia un colpo di Alzhaimer rispetto alle esperienze pregresse. Sono convinto invece sia giunto il momento di guardare ai più giovani, ai giovani davvero, alla generazione dei non tutelati, dei precari, degli insicuri. Il Pd dovrebbe coinvolgerli soprattutto in questa fase difficile. Provare a guardare le cose con i loro occhi (avremo risolto già molti dei nostri problemi), farli partecipare al lavoro programmatico che andremo ad elaborare, dare visibilità al loro talento inserendoli nelle liste per l’elezione di sindaci e consiglieri nei nostri Comuni ( lo dico in vista delle imminenti elezioni amministrative). I giovani si formano li, nell’insostituibile agorà della propria comunità. Dove gli interessi premono, dove si impara a scindere ciò che è privato e ciò che è pubblico, dove si avvertono i bisogni della pancia e le esigenze dello spirito, dove le idealità si mediano nel quotidiano e dove il progetto diventa un concreto programma che può essere condiviso da chiunque, dove si impara a dire i si ed anche i no quando è necessario, dove la nostra conclamata cultura della solidarietà è messa quotidianamente alla prova dalla risorse disponibili e dalla nostra capacità di implementarle.
D’altra parte guardo ad un partito in cui il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col “nuovismo” né con le scelte calate dall’alto, ma significhi valorizzare e investire sulle esperienze e la capacità di rappresentare i territori.
Condivido quando si sostiene di credere “nella gavetta e quindi nei sindaci, amministratori anche di piccoli centri, dirigenti provinciali e coordinatori di Circolo …. nel coraggio di guardare fuori delle proprie finestre, per attrarre e valorizzare nel partito quanto di meglio offre la società nei suoi spazi di promozione culturale e sociale”.
Io non credo al giovanilismo dunque. Ma ritengo indispensabile valutare l’importanza del ricambio, che vuol dire iniziare presto, ma poi magari anche smettere presto. Non stare tutta la vita a perpetuarsi in politica. Confermo un’idea più volte espressa che il limite nei mandati istituzionali è una regola irrinunciabile: sapere che la nostra funzione è limitata nel tempo ci induce a non sprecarlo, a mettere a disposizione il meglio di noi stessi, ad evitare che dopo la fase dell’entusiasmo e della maturità possa prendere il sopravvento la stagione della conservazione. Ai tempi sempre più veloci della politica deve corrispondere la capacità del partito di selezionare una nuova classe dirigente in grado di interpretarla.
Scommettiamo quindi sul riformismo. La parola chiave identitaria, forse la più importante . Che per noi sardi significa tra l’altro non disperdere l’esperienza di governo maturata dal centro-sinistra in Sardegna nel quadriennio 2004/2008. Lo dico senza giri di parole. Abbiamo conosciuto in Sardegna un riformismo di buona stoffa che ha permesso all’Isola di essere una regione mediterranea consapevole della sua centralità, specie nella nuova epoca delle grandi migrazioni e dell’economia globale.
Un’isola che promuove la pace, gli scambi culturali verso le altre sponde del Mediterraneo.
Un ‘isola quale luogo di valorizzazione del made in Sardinia, attenta a tutelare e modernizzare le produzioni locali, ma senza rinunciare ai grandi comparti industriali.
Un’isola che investe sull’ambiente, dove l’economia verde diventa la priorità.
Un’ isola che tutela il suo ambiente e salvaguarda le sue coste, che non consuma inutilmente il territorio e riduce “le distanze” tra piccoli comuni e grandi centri.
Se noi saremmo capaci di raccogliere questa sfida saremo protagonisti; se ci attarderemmo, se esiteremmo siamo destinati a rimanere ai margini.
E’ un lavoro duro certamente , ma qualcuno lo deve pur fare.
Ed io credo che il Partito democratico sia nato per questo.
Si è parlato in questi mesi di piano casa, e la nostra non potrà essere una semplice opposizione. Dobbiamo avere un nostro piano casa che non prevede la distruzione dei territorio e gli affari facili per gli speculatori, ma la possibilità che tutti abbiano un alloggio, con una nuova politica per gli affitti, un piano straordinario per l’edilizia residenziale pubblica, l’adozione di nuovi modelli di housing sociale.
Per sperimentare la convivenza in una società trasformata, per reinventare insieme i luoghi in cui persone diverse si incontrano , lavorano, portano i bimbi all’asilo, pregano, insomma vivono.
Il nostro impegno deve rivolgersi alle persone, a chi giovane in difficoltà non capisce cosa faccia il Pd per lui, a chi professionista si trova a confrontarsi con gli studi di settore e non ci capisce, a chi perde il lavoro a 50 anni e non è aiutato da un sistema di formazione e di reinserimento professionale, a chi imprenditore di se stesso si trova l’Irap da pagare anche se non ha dipendenti, a chi dipendente si chiede perche le tasse le paghi solo lui e perche non possa detrarre le proprie spese costringendo anche gli altri – che non se ne curano- a pagarle.
Desideriamo un Pd che dica un no al nucleare, perché dispone di un piano energetico alternativo, credibile e sostenibile da presentare alla sua comunità.
Un Pd coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no. Che non ha paura di sollevare la propria voce a difesa del territorio come è accaduto mesi fa nelle Istituzioni parlamentari, in quelle regionali e locali, tra i cittadini con la formazione di un movimento popolare, di fronte al tentativo scellerato di deturpare definitivamente la nostra costa che va da Capo Mannu a Santa Caterina con l’ubicazione nel mare di una cancellata di pale eoliche.
Che si batte per difendere un’Università diffusa nel territorio che sia però di qualità. Un’eccellenza perché sia Università davvero.
Che mette in campo la sua forza di persuasione e la sua capacità di pressione politica quando la Regione incomprensibilmente taglia il plafond di risorse disponibili in favore di disabili ed anziani che beneficiano dei sussidi della Legge 162.
Certo va detto, il riformismo moderno, quello dell’attività virtuosa di governo, della politica a progetto, che vuole cambiare il mondo e non semplicemente rifletterlo così com’è, correggendone le ingiustizie e le arretratezze, il riformismo cosiddetto “attivo”, risulta frequentemente perdente. Perché agisce in un contesto incline a suggerire paure e ritirate in su connottu , alla rassicurante politica di sempre, quella delle clientele e dei favori personali, alla quale molti restano tenacemente attaccati; e perché, lo ha detto un parlamentare sardo che stimo molto, Guido Melis, ha bisogno di tempi più lunghi: “è presbite e non miope, guarda lontano non vicino, e crea frutti solo a distanza, quando l’elettore spesso si è stancato di aspettarli. Nell’immediato, la politica riformista, se vuole incidere, suscita invece opposizioni, disturba interessi grandi e piccoli, molesta le abitudini inveterate di interi strati sociali, di ceti professionali, di percettori di rendita a tutti i livelli. Scompagina insomma le nicchie rassicuranti nelle quali molti sopravvivono più o meno parassitariamente”.
Credo che alla fine sia stata questa , diciamocelo una volta per tutte, la ragione vera della nostra sconfitta alle Regionali della primavera del 2009. Forse non la sola, ma certamente quella vera viste le dimensioni del nostro ritardo elettorale.
Una sconfitta annunciata e che non abbiamo compreso per tempo. Ed ora bisogna abbandonare l’atteggiamento nostalgico che non ci porta da nessuna parte e cominciare una nuova storia, perché la stagione che si è appena conclusa sarà irripetibile per le modalità con cui è stata interpretata e vissuta dai suoi protagonisti. E forse i suoi stessi protagonisti non potranno più essere gli stesi. Non si deve restare ai margini, in una sorta di limbo per vedere che cosa accadrà, se non si vogliono vedere cancellati i risultati di un’azione efficace di riforma, quasi esemplare, portata avanti nella nostra Isola.
Perché quel disegno innovatore capace di dare respiro e prospettive alla Sardegna è ancora li; va certo modificato in qualche sua parte, adattato alla nuova condizione ma è in grado di raccogliere la sfida del dopo Cappellacci: un disegno innovatore su cui i sardi potranno scommettere nuovamente.
Per chi ci ha creduto e ci crede ancora , quando si tornerà a governare la Regione, perché ci torneremo, si tratterà solo di gestire quel rinnovato progetto con minori rigidità rispetto al passato, come abbisognano tutte le riforme per essere metabolizzate e generare progresso e quindi consenso, aprendo anche tanti fronti contemporaneamente ma chiudendone qualcuno, e nella consapevolezza che la politica e le sue organizzazioni non sono un ostacolo ma uno strumento perché le intuizioni amministrative diventino anche cultura e progetto di un popolo. Bisogna superare questo limite che ci ha segnato, anch’esso intralciando per qualche verso la nascita del partito Democratico.
Diciamocelo la nostra non è stata solo una sconfitta elettorale determinata da una cattiva politica della comunicazione del nostro operato. D’altra parte se non riusciamo a spiegarci non abbiamo ragione , abbiamo torto, e dovremmo smettere di pensare ad una nostra superiorità, perché quest’ultima c’è solo se è condivisa e se abbiamo il consenso per fare le cose.
Se non riusciamo a spiegarci siamo peggio e non meglio dei nostri avversari, e portiamo la responsabilità di vedere accadere cose sbagliate senza poter fare nulla per contrastarle.
Guardo con grande fiducia ai passi compiuti dal Segretario Regionale in questi primi mesi del suo operato.
E guardo positivamente anche alla voglia di vincere che torna a scorrere nelle nostre vene, al desiderio di costruire un alternativa per tornare a governare il paese, la regione i territori. Anche il nostro territorio. Proviamo allora a costruire l’alternativa. L’alternativa, l’altra parola chiave. Noi dobbiamo avviare una politica di alleanze sostenibili e credibili. Chiedo a tutti consapevolezza per quello che siamo, una sorta di spirito maggioritario, di senso della “guida”, ma anche un senso di limite che rifiuta sempre l’isterismo.
L’alternativa è fondamentale a qualunque livello, è vitale in questo territorio.
I sindacati ci hanno ricordato che siamo una Provincia di serie B, “con poco peso politico”. Ho letto sui giornali i dati che ci hanno fornito. Dati che fanno tremare: il tasso di attività è al 42 per cento (a Cagliari è del 47 per cento), l’occupazione ristagna al 46 per cento contro il 51,2 regionale e il 57 nazionale, in alcune zone della Marmilla la disoccupazione giovanile raggiunge il 70 per cento. Il reddito pro capite è pari a 11 mila euro, mentre la media regionale è superiore di mille euro. Numeri drammatici a cui vanno aggiunti gli oltre mille posti di lavoro persi nell’edilizia, i 144 tagliati nella scuola. Ancora i 350 lavoratori in cassa integrazione (in deroga e ordinaria), i 118 in mobilità e solo qualche giorno fa i 22 licenziamenti nel settore degli appalti telefonici.
I silenzi della Amministrazione Regionale. L’inerzia di un’Amministrazione Provinciale troppo segnata dalle divisioni interne alla sua maggioranza.
Spero davvero che il profilo del partito che andremo a definire anche da noi sia quello anticipato subito da Bersani, ossia di un partito non solo di opposizione ma che costruisce “un’alternativa” .
Dicevo consapevole del proprio ruolo ma anche del proprio limite. Non da solo ma insieme a chi ci sta sulla base di un programma condiviso. Saremo laici e non ci faremo imprigionare da schemi ideologici, da una visione tutta in bianco e nero che talvolta serpeggia in casa nostra.
Un’alternativa ad un ristretto gruppo di potere che nel nostro territorio si insidia ovunque e che pretende di comandare su tutti e dettare legge su tutto, che gambizza gli istituti della stessa democrazia con commissariamenti infiniti, che imbarazza ormai persino le forze politiche tendenzialmente moderate e tuttavia legate ad una forte tradizione autonomista e ad un sistema valoriale ancorato ai principi fondamentali espressi nella nostra Costituzione.
Un’alternativa che punta sulla trasparenza degli atti, sulle competenze di chi è chiamato ad assumerli, su un progetto fortemente identitario ed anche su leadership naturali per questo territorio che vuole tornare a contare.
Queste alcune delle parole chiave che sin dai prossimi giorni cercheremo di declinare all’interno di un progetto politico insieme all’organismo dirigente che sarà eletto. Un programma che sarà un po’ wiki, come sostiene il mio amico Civati, e che si definirà strada facendo.
La mia candidatura nasce da una scommessa unitaria dei democratici della provincia di Oristano, che pure si sono confrontati appena due mesi fa, aspramente ma civilmente, su tre mozioni nazionali e su due regionali.
Non sarebbe stata in campo in un contesto diverso o di contrapposizione.
Non vi sono altri patti che la cementano se non quello di provare a dare ai democratici di questo territorio che già ci sono, quel partito che ancora non c’è e di cui si avverte bisogno per trasformare idee in progetti ed i progetti in azioni amministrative efficaci.
Per offrire un’occasione di partecipazione alla vita delle nostre piccole comunità, per selezionare la migliore classe dirigente anche attraverso l’attenzione “verso” e la valorizzazione di significative esperienze civiche locali. Alimentiamoci di queste esperienze, diversamente il Pd non cresce.
La mia designazione è passata attraverso un mix di procedure antiche ma anche di percorsi nuovi che hanno permesso di sondare innanzitutto nei circoli il livello di gradimento della proposta.
Ringrazio pubblicamente quanti hanno voluto tenacemente sperimentare questa modalità certamente nuova, resistendo alla tentazione dei facili “caminetti”.
Il proposito iniziale dell’unità rimarrà un punto fermo del mio impegno verso iscritti ed elettori ben sapendo che affinché essa sia vera e non semplicemente una prigione dorata, dovrà sempre rappresentare uno stadio successivo a quello della discussione e del confronto interno. E poi si decide e quella decisione vale ed è un impegno per tutti.
Nessuno verrà marginalizzato. So cosa vuol dire esserlo. Non è solo il mio impegno: è l’unica richiesta che ho avanzato a quanti mi hanno proposto di assumere questa responsabilità, chiedendo non solo di condividerla ma di mettere insieme, vale per il parlamentare e i consiglieri regionali e per quanti dispongono di una sorta di apparato personale ereditato dalle esperienze pregresse, “a disposizione” di tutti, le risorse di ciascuno perché possano diventare amici e compagni di tutti.
Nel territorio il partito si costruisce così. Non ci sono altre strade. E non basta il Segretario Provinciale ed il Gruppo dirigente che sarà eletto sabato prossimo.
Un partito che sa creare le relazioni, che unisce i territori, che tiene insieme la Città ed i piccoli comuni, che ci tiene collegati, che invita anche le generazioni ad un confronto. Perché comunque ci deve essere un tempo per tutti. E non bisogna attendere i 50 anni.
Un progetto unitario che da l’idea di una comunità di persone che lavorano allo stesso obiettivo. Diversamente da quanto è accaduto in passato e non solo a livello locale.
Sarà un percorso di lungo periodo. Il nostro ritardo non è infatti solo elettorale, è politico e credo anche culturale .
Il viaggio sarà lungo ma se riusciremo a farlo insieme raggiungeremo quel risultato che in questi due anni abbiamo soltanto intravisto : il Partito Democratico anche nella provincia di Oristano."
Contribuire a costruire appunto. Insieme a quanti già localmente lo rappresentano nelle Istituzioni legislative ed in quelle amministrative del territorio, a quanti sono già impegnati nei Circoli ed a quanti vorranno unirsi in questo faticoso ed affascinante percorso sin dai prossimi giorni.
L’elezione degli organismi dirigenti intermedi avviene in Sardegna, e quindi anche ad Oristano, per la prima volta dopo più di due anni dal natale del Partito Democratico. Nel resto d’Italia invece si parla già di rinnovi.
Rispetto ad allora non siamo più al Governo del Paese e neppure a quello della Regione. Nel frattempo abbiamo conosciuto tre Segretari Nazionali ed altrettanti a livello Regionale. E sempre per non allontanarci dal numero perfetto, abbiamo collezionato anche tre pesanti sconfitte elettorali: le politiche, le regionali e le europee.
A Roma come a Cagliari scontiamo nell’esercizio del nostro ruolo istituzionale questa condizione oggettivamente difficile: inutile nasconderselo. In questo territorio si aggiunge il fatale “smarrimento politico” di chi viene avvertito ed inizia persino a sentirsi comunque perdente.
Da più di dieci anni infatti i riformisti sono fuori dal Governo della Provincia e della Città capoluogo e dei principali Comuni del territorio . C’è la tentazione di accontentarsi, di ritagliarsi lo spazio per una rappresentazione minoritaria di sola e pura testimonianza; talvolta – per disperazione – di emulare prassi un po’ spregiudicate per esistere, ma sempre meno l’ambizione di essere competitivi e di costruire con pazienza una proposta ed un’alleanza politica per vincere e per cambiare.
Eppure sperimentando in prima persona l’umile servizio al seggio elettorale costituito nella città di Oristano in occasione delle ultime Primarie, ho visto più di un terzo degli elettori del Pd della mia Città fare la fila, senza soluzione di continuità dalle 7 del mattino alla tarda serata, per scegliere il Segretario Nazionale e Regionale di questo Partito. E’ successo anche nel territorio. Una marea umana. Non c’era il richiamo come in passato del candidato a governare il Paese o la Regione, motivi di per se assai mobilitanti: questa volta si sceglieva semplicemente il segretario del Partito.
Un atto di orgoglio verso l’idea Democratica ed insieme un voglia matta di partecipazione per chiunque difficile solo da immaginare .
Un’offerta di risorse umane nel mercato della costruzione della proposta politica che a nessuno è permesso di sprecare.
E partirei da qui. Dicendo alcune cose.
Proviamo a costruire dunque anche da noi il Partito Democratico come un partito dei cittadini (elettori ed iscritti, così recita lo Statuto). Un partito flessibile, aperto, consapevole e partecipe dei movimenti sociali.
Un partito presente nelle comunità, fatto di iscritti ai Circoli, nei quali discutere, e di cittadini da consultare e coinvolgere attraverso le diverse forme offerte dalla tecnologia informatica e da internet, e attraverso le consultazioni Primarie.
Si, le Primarie. Ecco , il primo tag, la prima parola chiave. Io credo nelle Primarie, le considero un tratto genetico del Partito Democratico. I partiti non sono associazioni qualunque, organizzazioni chiuse che operano nell’interesse degli iscritti: sono strumenti di partecipazione dei cittadini alla vita delle nostre città. Le proposte che maturano trovano consenso e forza non solo dal proprio interno, ma soprattutto dalle risposte che generano all’esterno, perché all’esterno in fondo si rivolgono quando diventano programma di governo per una Comunità e sempre all’esterno misurano la loro efficacia. Ci sarà una ragione se anche la nostra Costituzione ne ha voluto indicare una specifica fattispecie. I nostri elettori vanno ascoltati e quindi interpellati quando si decide una strategia di grande respiro, quando si indica un programma di governo per il Paese o per il Territorio e quando al tempo stesso si sceglie chi a quella strategia ed a quel programma deve dare testa e gambe. Credo peraltro che da tale impostazione non si tornerà indietro, anche se questa forma di partecipazione va comunque presidiata a fronte di qualche cattiva tentazione verso un ritorno ad un passato che sembrava lontano. Vorrei che questa idea non la lasciassimo cadere quando nei prossimi giorni andremmo a redigere il nuovo Statuto del Partito Democratico sardo e comunque per noi sarà lo strumento privilegiato della partecipazione. Strumento, appunto. Uno strumento e non un’ideologia: l’ideologia va concretata sempre e comunque a prescindere dalle circostanze di luogo e di tempo, gli strumenti vanno usati saggiamente e con una certa flessibilità se vogliamo che siano utili ed appaiano utili.
Proviamo poi a sperimentare la laicità nella nostra esperienza associativa e nella nostra proposta politica. La seconda parola chiave. Un partito laico, consapevole delle proprie radici, ma al tempo stesso permeabile alle novità, curioso del cambiamento. Dove laico vuol dire innanzitutto vedere le cose per quello che sono, “non raccontandoci favole, non cercando di far aderire quello che osserviamo alle nostre convinzioni”. Un partito laico e rispettoso di tutti ha più a cuore i diritti delle persone, la libertà delle loro relazioni ed il sostegno da dedicare ad esse rispetto alle proprie convinzioni di parte. Senza allontanarmi molto dal mio ambiente familiare guardo alla condizione delle famiglie, alla dimensione del fenomeno dei single, delle coppie ricostituite e delle coppie di fatto. Ebbene non ci si può opporre e non le si può negare. In politica non vedere significa negare e non si può negare come la società si articola. Il Pd deve essere laico, senza esitazioni. Chi scrive è un credente ed è persuaso che la dimensione religiosa ha una forte ricaduta sociale, attiene alle libertà della persona, non può essere collocata in una dimensione esclusivamente individuale. Non riuscirei a pensare al mio impegno politico prescindendo dalle mie convinzioni religiose. Ma la prima preoccupazione di un laico cristiano a servizio della propria comunità non è quella di difendere un’identità, ma di maturare il coraggio di un impegno responsabile secondo lo spirito del Vangelo. C’è una base etica all’idea del Pd che ci deve orientare sempre: tenere insieme il ruolo influente dei convincimenti religiosi ed il richiamo ai principi costituzionali e all’esaltazione delle differenze ed alla loro tutela. Questa è la barra per essere e poter essere avvertiti come il partito che difende ed estende i nuovi diritti civili alle persone. Ne va della nostra riconoscibilità, in una parola della nostra identità.
Ma la laicità è una pratica che dovremo declinare anche al nostro interno. Siamo un partito plurale, si dice. Si, siamo un partito plurale. Fotografiamo pure questa pluralità ma abituiamoci però a pensare e vivere la nostra esperienza politica non tanto come una realtà che tutela ed amplifica le differenze interne , magari da custodire e tramandare gelosamente solo per resistere, quanto come un luogo dove la pratica del confronto reciproco esalta i tratti comuni di una sensibilità e di un progetto che invece ci permetta di esistere. Senza dimenticarci che al nostro Progetto guardano in tanti, e che forse i più – da quindici anni a questa parte – si sono riconosciuti solo nell’Ulivo prima, e nel nostro partito poi. Nel direttivo che andremo a costituire dopo l’elezione dell’Assemblea Provinciale sarà prevalente la nuova identità democratica, certo senza marginalizzare nessuno ma “comunque” la nuova identità democratica: voglio dirlo da subito ed a scanso di equivoci. Le scelte che andremo a compiere, anche per quanto riguarda la selezione della classe dirigente e delle rappresentanze istituzionali, proveremo ad indirizzarle verso chi meglio questa nuova identità riuscirà ad incarnarla. Su questo saremo intransigenti. Non troverà terreno fertile l’idea uno di questa provenienza ed uno di quest’altra.
Proviamo a costruire anche un partito strutturato ma comunque partecipato. Terza e quarta parola chiave. Le due cose dovranno sempre stare insieme perché la struttura non può essere quella dei tempi che furono: deve essere una struttura dinamica e capace di far partecipare il maggior numero di persone possibile alle decisioni. Noi dobbiamo saper vedere i cambiamenti, esserne parte, orientarli verso il meglio ed il più opportuno. Sotto questo aspetto i Circoli sono una risorsa, la vera ed unica corrente che dovrà sopravvivere dopo questo tormentato e troppo lungo esodo dai partiti di provenienza. Obiettivo del breve termie: un circolo in ogni Paese ed una frantumazione dell’unico Circolo urbano in circoli dislocati nelle diverse zone della città, con una sede aperta e possibilmente frequentata almeno nei quartieri popolari e nelle frazioni più popolose. La Città capoluogo, il buco nero del Pd, costituirà oggetto di un’attenzione particolare sul piano organizzativo, da concertare con il Comitato Cittadino e con il Gruppo Consiliare. Ed insieme alla Città capoluogo i grandi centri del territorio dove è influente anche “l’opinione”. Lo dico perché abbiamo bisogno di un partito che accorci le distanze, che faccia cose comprensibili a tutti, che parli alle comunità ogni volta che prende la parola. Un partito non di gerarchie ma di relazioni e di rapporti, dove il candidato Sindaco e ed il candidato Presidente della provincia si decide ad Oristano e nel territorio; dove le scelte si fanno con le persone competenti a prescindere dalla loro provenienze; dove la qualità sia sempre riconosciuta non potendosi parlare di merito solo quando ne parliamo fuori, ma dovendo parlare di merito soprattutto anche con riferimento a noi stessi.
E per questo dobbiamo provare ad investire su una generazione nuova, nuova per davvero. Generazione nuova, quinta parola chiave. Personalmente non credo nella Giovanile così come riprodotta oggi nel Pd. Riflette le Giovanili dei partiti di provenienza con tanti vizi e poche virtù. Non so cosa ci riserverà lo Statuto ma spero si abbia un colpo di Alzhaimer rispetto alle esperienze pregresse. Sono convinto invece sia giunto il momento di guardare ai più giovani, ai giovani davvero, alla generazione dei non tutelati, dei precari, degli insicuri. Il Pd dovrebbe coinvolgerli soprattutto in questa fase difficile. Provare a guardare le cose con i loro occhi (avremo risolto già molti dei nostri problemi), farli partecipare al lavoro programmatico che andremo ad elaborare, dare visibilità al loro talento inserendoli nelle liste per l’elezione di sindaci e consiglieri nei nostri Comuni ( lo dico in vista delle imminenti elezioni amministrative). I giovani si formano li, nell’insostituibile agorà della propria comunità. Dove gli interessi premono, dove si impara a scindere ciò che è privato e ciò che è pubblico, dove si avvertono i bisogni della pancia e le esigenze dello spirito, dove le idealità si mediano nel quotidiano e dove il progetto diventa un concreto programma che può essere condiviso da chiunque, dove si impara a dire i si ed anche i no quando è necessario, dove la nostra conclamata cultura della solidarietà è messa quotidianamente alla prova dalla risorse disponibili e dalla nostra capacità di implementarle.
D’altra parte guardo ad un partito in cui il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col “nuovismo” né con le scelte calate dall’alto, ma significhi valorizzare e investire sulle esperienze e la capacità di rappresentare i territori.
Condivido quando si sostiene di credere “nella gavetta e quindi nei sindaci, amministratori anche di piccoli centri, dirigenti provinciali e coordinatori di Circolo …. nel coraggio di guardare fuori delle proprie finestre, per attrarre e valorizzare nel partito quanto di meglio offre la società nei suoi spazi di promozione culturale e sociale”.
Io non credo al giovanilismo dunque. Ma ritengo indispensabile valutare l’importanza del ricambio, che vuol dire iniziare presto, ma poi magari anche smettere presto. Non stare tutta la vita a perpetuarsi in politica. Confermo un’idea più volte espressa che il limite nei mandati istituzionali è una regola irrinunciabile: sapere che la nostra funzione è limitata nel tempo ci induce a non sprecarlo, a mettere a disposizione il meglio di noi stessi, ad evitare che dopo la fase dell’entusiasmo e della maturità possa prendere il sopravvento la stagione della conservazione. Ai tempi sempre più veloci della politica deve corrispondere la capacità del partito di selezionare una nuova classe dirigente in grado di interpretarla.
Scommettiamo quindi sul riformismo. La parola chiave identitaria, forse la più importante . Che per noi sardi significa tra l’altro non disperdere l’esperienza di governo maturata dal centro-sinistra in Sardegna nel quadriennio 2004/2008. Lo dico senza giri di parole. Abbiamo conosciuto in Sardegna un riformismo di buona stoffa che ha permesso all’Isola di essere una regione mediterranea consapevole della sua centralità, specie nella nuova epoca delle grandi migrazioni e dell’economia globale.
Un’isola che promuove la pace, gli scambi culturali verso le altre sponde del Mediterraneo.
Un ‘isola quale luogo di valorizzazione del made in Sardinia, attenta a tutelare e modernizzare le produzioni locali, ma senza rinunciare ai grandi comparti industriali.
Un’isola che investe sull’ambiente, dove l’economia verde diventa la priorità.
Un’ isola che tutela il suo ambiente e salvaguarda le sue coste, che non consuma inutilmente il territorio e riduce “le distanze” tra piccoli comuni e grandi centri.
Se noi saremmo capaci di raccogliere questa sfida saremo protagonisti; se ci attarderemmo, se esiteremmo siamo destinati a rimanere ai margini.
E’ un lavoro duro certamente , ma qualcuno lo deve pur fare.
Ed io credo che il Partito democratico sia nato per questo.
Si è parlato in questi mesi di piano casa, e la nostra non potrà essere una semplice opposizione. Dobbiamo avere un nostro piano casa che non prevede la distruzione dei territorio e gli affari facili per gli speculatori, ma la possibilità che tutti abbiano un alloggio, con una nuova politica per gli affitti, un piano straordinario per l’edilizia residenziale pubblica, l’adozione di nuovi modelli di housing sociale.
Per sperimentare la convivenza in una società trasformata, per reinventare insieme i luoghi in cui persone diverse si incontrano , lavorano, portano i bimbi all’asilo, pregano, insomma vivono.
Il nostro impegno deve rivolgersi alle persone, a chi giovane in difficoltà non capisce cosa faccia il Pd per lui, a chi professionista si trova a confrontarsi con gli studi di settore e non ci capisce, a chi perde il lavoro a 50 anni e non è aiutato da un sistema di formazione e di reinserimento professionale, a chi imprenditore di se stesso si trova l’Irap da pagare anche se non ha dipendenti, a chi dipendente si chiede perche le tasse le paghi solo lui e perche non possa detrarre le proprie spese costringendo anche gli altri – che non se ne curano- a pagarle.
Desideriamo un Pd che dica un no al nucleare, perché dispone di un piano energetico alternativo, credibile e sostenibile da presentare alla sua comunità.
Un Pd coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no. Che non ha paura di sollevare la propria voce a difesa del territorio come è accaduto mesi fa nelle Istituzioni parlamentari, in quelle regionali e locali, tra i cittadini con la formazione di un movimento popolare, di fronte al tentativo scellerato di deturpare definitivamente la nostra costa che va da Capo Mannu a Santa Caterina con l’ubicazione nel mare di una cancellata di pale eoliche.
Che si batte per difendere un’Università diffusa nel territorio che sia però di qualità. Un’eccellenza perché sia Università davvero.
Che mette in campo la sua forza di persuasione e la sua capacità di pressione politica quando la Regione incomprensibilmente taglia il plafond di risorse disponibili in favore di disabili ed anziani che beneficiano dei sussidi della Legge 162.
Certo va detto, il riformismo moderno, quello dell’attività virtuosa di governo, della politica a progetto, che vuole cambiare il mondo e non semplicemente rifletterlo così com’è, correggendone le ingiustizie e le arretratezze, il riformismo cosiddetto “attivo”, risulta frequentemente perdente. Perché agisce in un contesto incline a suggerire paure e ritirate in su connottu , alla rassicurante politica di sempre, quella delle clientele e dei favori personali, alla quale molti restano tenacemente attaccati; e perché, lo ha detto un parlamentare sardo che stimo molto, Guido Melis, ha bisogno di tempi più lunghi: “è presbite e non miope, guarda lontano non vicino, e crea frutti solo a distanza, quando l’elettore spesso si è stancato di aspettarli. Nell’immediato, la politica riformista, se vuole incidere, suscita invece opposizioni, disturba interessi grandi e piccoli, molesta le abitudini inveterate di interi strati sociali, di ceti professionali, di percettori di rendita a tutti i livelli. Scompagina insomma le nicchie rassicuranti nelle quali molti sopravvivono più o meno parassitariamente”.
Credo che alla fine sia stata questa , diciamocelo una volta per tutte, la ragione vera della nostra sconfitta alle Regionali della primavera del 2009. Forse non la sola, ma certamente quella vera viste le dimensioni del nostro ritardo elettorale.
Una sconfitta annunciata e che non abbiamo compreso per tempo. Ed ora bisogna abbandonare l’atteggiamento nostalgico che non ci porta da nessuna parte e cominciare una nuova storia, perché la stagione che si è appena conclusa sarà irripetibile per le modalità con cui è stata interpretata e vissuta dai suoi protagonisti. E forse i suoi stessi protagonisti non potranno più essere gli stesi. Non si deve restare ai margini, in una sorta di limbo per vedere che cosa accadrà, se non si vogliono vedere cancellati i risultati di un’azione efficace di riforma, quasi esemplare, portata avanti nella nostra Isola.
Perché quel disegno innovatore capace di dare respiro e prospettive alla Sardegna è ancora li; va certo modificato in qualche sua parte, adattato alla nuova condizione ma è in grado di raccogliere la sfida del dopo Cappellacci: un disegno innovatore su cui i sardi potranno scommettere nuovamente.
Per chi ci ha creduto e ci crede ancora , quando si tornerà a governare la Regione, perché ci torneremo, si tratterà solo di gestire quel rinnovato progetto con minori rigidità rispetto al passato, come abbisognano tutte le riforme per essere metabolizzate e generare progresso e quindi consenso, aprendo anche tanti fronti contemporaneamente ma chiudendone qualcuno, e nella consapevolezza che la politica e le sue organizzazioni non sono un ostacolo ma uno strumento perché le intuizioni amministrative diventino anche cultura e progetto di un popolo. Bisogna superare questo limite che ci ha segnato, anch’esso intralciando per qualche verso la nascita del partito Democratico.
Diciamocelo la nostra non è stata solo una sconfitta elettorale determinata da una cattiva politica della comunicazione del nostro operato. D’altra parte se non riusciamo a spiegarci non abbiamo ragione , abbiamo torto, e dovremmo smettere di pensare ad una nostra superiorità, perché quest’ultima c’è solo se è condivisa e se abbiamo il consenso per fare le cose.
Se non riusciamo a spiegarci siamo peggio e non meglio dei nostri avversari, e portiamo la responsabilità di vedere accadere cose sbagliate senza poter fare nulla per contrastarle.
Guardo con grande fiducia ai passi compiuti dal Segretario Regionale in questi primi mesi del suo operato.
E guardo positivamente anche alla voglia di vincere che torna a scorrere nelle nostre vene, al desiderio di costruire un alternativa per tornare a governare il paese, la regione i territori. Anche il nostro territorio. Proviamo allora a costruire l’alternativa. L’alternativa, l’altra parola chiave. Noi dobbiamo avviare una politica di alleanze sostenibili e credibili. Chiedo a tutti consapevolezza per quello che siamo, una sorta di spirito maggioritario, di senso della “guida”, ma anche un senso di limite che rifiuta sempre l’isterismo.
L’alternativa è fondamentale a qualunque livello, è vitale in questo territorio.
I sindacati ci hanno ricordato che siamo una Provincia di serie B, “con poco peso politico”. Ho letto sui giornali i dati che ci hanno fornito. Dati che fanno tremare: il tasso di attività è al 42 per cento (a Cagliari è del 47 per cento), l’occupazione ristagna al 46 per cento contro il 51,2 regionale e il 57 nazionale, in alcune zone della Marmilla la disoccupazione giovanile raggiunge il 70 per cento. Il reddito pro capite è pari a 11 mila euro, mentre la media regionale è superiore di mille euro. Numeri drammatici a cui vanno aggiunti gli oltre mille posti di lavoro persi nell’edilizia, i 144 tagliati nella scuola. Ancora i 350 lavoratori in cassa integrazione (in deroga e ordinaria), i 118 in mobilità e solo qualche giorno fa i 22 licenziamenti nel settore degli appalti telefonici.
I silenzi della Amministrazione Regionale. L’inerzia di un’Amministrazione Provinciale troppo segnata dalle divisioni interne alla sua maggioranza.
Spero davvero che il profilo del partito che andremo a definire anche da noi sia quello anticipato subito da Bersani, ossia di un partito non solo di opposizione ma che costruisce “un’alternativa” .
Dicevo consapevole del proprio ruolo ma anche del proprio limite. Non da solo ma insieme a chi ci sta sulla base di un programma condiviso. Saremo laici e non ci faremo imprigionare da schemi ideologici, da una visione tutta in bianco e nero che talvolta serpeggia in casa nostra.
Un’alternativa ad un ristretto gruppo di potere che nel nostro territorio si insidia ovunque e che pretende di comandare su tutti e dettare legge su tutto, che gambizza gli istituti della stessa democrazia con commissariamenti infiniti, che imbarazza ormai persino le forze politiche tendenzialmente moderate e tuttavia legate ad una forte tradizione autonomista e ad un sistema valoriale ancorato ai principi fondamentali espressi nella nostra Costituzione.
Un’alternativa che punta sulla trasparenza degli atti, sulle competenze di chi è chiamato ad assumerli, su un progetto fortemente identitario ed anche su leadership naturali per questo territorio che vuole tornare a contare.
Queste alcune delle parole chiave che sin dai prossimi giorni cercheremo di declinare all’interno di un progetto politico insieme all’organismo dirigente che sarà eletto. Un programma che sarà un po’ wiki, come sostiene il mio amico Civati, e che si definirà strada facendo.
La mia candidatura nasce da una scommessa unitaria dei democratici della provincia di Oristano, che pure si sono confrontati appena due mesi fa, aspramente ma civilmente, su tre mozioni nazionali e su due regionali.
Non sarebbe stata in campo in un contesto diverso o di contrapposizione.
Non vi sono altri patti che la cementano se non quello di provare a dare ai democratici di questo territorio che già ci sono, quel partito che ancora non c’è e di cui si avverte bisogno per trasformare idee in progetti ed i progetti in azioni amministrative efficaci.
Per offrire un’occasione di partecipazione alla vita delle nostre piccole comunità, per selezionare la migliore classe dirigente anche attraverso l’attenzione “verso” e la valorizzazione di significative esperienze civiche locali. Alimentiamoci di queste esperienze, diversamente il Pd non cresce.
La mia designazione è passata attraverso un mix di procedure antiche ma anche di percorsi nuovi che hanno permesso di sondare innanzitutto nei circoli il livello di gradimento della proposta.
Ringrazio pubblicamente quanti hanno voluto tenacemente sperimentare questa modalità certamente nuova, resistendo alla tentazione dei facili “caminetti”.
Il proposito iniziale dell’unità rimarrà un punto fermo del mio impegno verso iscritti ed elettori ben sapendo che affinché essa sia vera e non semplicemente una prigione dorata, dovrà sempre rappresentare uno stadio successivo a quello della discussione e del confronto interno. E poi si decide e quella decisione vale ed è un impegno per tutti.
Nessuno verrà marginalizzato. So cosa vuol dire esserlo. Non è solo il mio impegno: è l’unica richiesta che ho avanzato a quanti mi hanno proposto di assumere questa responsabilità, chiedendo non solo di condividerla ma di mettere insieme, vale per il parlamentare e i consiglieri regionali e per quanti dispongono di una sorta di apparato personale ereditato dalle esperienze pregresse, “a disposizione” di tutti, le risorse di ciascuno perché possano diventare amici e compagni di tutti.
Nel territorio il partito si costruisce così. Non ci sono altre strade. E non basta il Segretario Provinciale ed il Gruppo dirigente che sarà eletto sabato prossimo.
Un partito che sa creare le relazioni, che unisce i territori, che tiene insieme la Città ed i piccoli comuni, che ci tiene collegati, che invita anche le generazioni ad un confronto. Perché comunque ci deve essere un tempo per tutti. E non bisogna attendere i 50 anni.
Un progetto unitario che da l’idea di una comunità di persone che lavorano allo stesso obiettivo. Diversamente da quanto è accaduto in passato e non solo a livello locale.
Sarà un percorso di lungo periodo. Il nostro ritardo non è infatti solo elettorale, è politico e credo anche culturale .
Il viaggio sarà lungo ma se riusciremo a farlo insieme raggiungeremo quel risultato che in questi due anni abbiamo soltanto intravisto : il Partito Democratico anche nella provincia di Oristano."
giovedì 7 gennaio 2010
Quando arrivano gambe e respiro
Sono passati oltre due anni dalla nascita del Partito Democratico, e finalmente, dopo l'interminabile serie di vicende che ci hanno portato fin quì, anche nella nostra provincia avremo un'organizzazione strutturata. Quante cose sono accadute, stagioni trascorse, aperte e poi chiuse senza che il nostro territorio potesse lasciare un segno decifrabile: la sconfitta alle politiche, lo spegnersi delle migliori speranze con lo scivolone alle regionali, i contraccolpi, le divisioni, l'inevitabile e sottesa emorragia di consensi verso un'orizzonte di proposte sempre più sfocato e coperto dal clamore delle urla di casa nostra. Il prolungamento continuo dello stato comatoso di un partito posticcio che non poteva esprimersi nei luoghi in cui era necessario, per il fatto che a nessuno era stato ancora assegnato il mandato di rappresentare l'intergità di un'organizzazione territoriale. Il declino annunciato ed inesorabile di un'isola, e nel nostro caso di una provincia, che non da oggi presentano problematiche cui la classe dirigente che attualmente governa non è affatto preparata a rispondere. Ed è stato così che i grandi poli della chimica hanno visto sfumare, in questi mesi, i riscontri concreti di fittizie promesse elettorali per un' isola che avrebbe dovuto ritornare a sorridere: è così che le realtà scolastiche ed universitarie piombano nel periodo più nero della valorizzazione culturale e formativa, in nome della salvaguardia dei bilanci e di una concezione puramente economica e ragionieristica della cultura. E' così che alla stessa logica, oggi, si tenta di piegare il sistema dell'assistenza ai meno fortunati ed ai diversamente abili, attraverso i tagli sconsiderati alla legge 162. E' così, ancora, che il territorio in cui sono cresciuto e in cui vivo, la Marmilla, presenta oggi un tasso di disoccupazione giovanile pari al 70%.La mia realtà, attualmente, può offrire molto poco ai giovani come me: la maggior parte di noi ragazzi non può negare di aver considerato, anche solo in maniera sporadica, l'eventualità di costruire il proprio futuro altrove.
Io aderisco al Partito Democratico perchè spero, credo, che esso sia lo strumento di maggior successo nel tentativo di realizzare un miglioramento apprezzabile di queste condizioni. A partire dal nostro territorio. A partire dalla nostra Provincia. E' per questo che ho appreso con entusiasmo la candidatura di Gianni Sanna alla segreteria Provinciale del PD. E' facilmente intuibile quali e quante siano le aspettative che il Pd dell'oristanese ripone nella figura del futuro segretario. Potremo finalmente dare gambe e respiro alla miriade infinita di prospettive per ora solamente discusse, potremo dimostrare che un Pd ad Oristano Provincia esiste, e che costituisce un luogo valido di partecipazione dei cittadini ed un soggetto altrettanto valido di interlocuzione e confronto per le diverse realtà sociali ed istituzionali che lo attendono da tempo. Potremo tenere accesa la speranza di chi, in quell'ormai lontano 14 ottobre del 2007, partecipò con il proprio voto alla nascita del più grande partito riformista d'Italia. Ho letto la proposta politica del futuro segretario sul suo blog, l'ho apprezzata molto, ho riflettuto sulle opportunità che essa può offrire ad un progetto che ha imprescindibilmente bisogno di decollare. Tra qualche mese la sfida delle provinciali e delle amministrative ci metterà di fronte ad un banco di prova cui non potremo sottrarci: lì misureremo la nostra capacità di tenuta e crescita. Ad una distanza temporale così immediata dalla fase di organizzazione interna, questa avventura per noi sarà certamente rischiosa: al Pd, a Gianni Sanna e a noi tutti il compito di trasformare i rischi in promettenti opportunità. Buon lavoro a tutti.
sabato 2 gennaio 2010
Per ricordare l'esempio
Credo che questo video possa chiaramente fare a meno di commenti o di presentazioni. C'è poco da aggiungere ad una tale concezione dell'etica politica e della società, ed al coraggio di un uomo di saper tradurre in pratica i principi in esse contenuti, che denotano oggi, in Italia, una rara specificità. Ciò non significa, ovviamente, che nell'Italia del 2010 non esistano persone oneste, o che queste ultime siano meno di quelle che vissero gli anni in cui fu registrato questo video.
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