Cento volte al giorno ricordo a me stesso che la mia vita interiore e esteriore sono basate sulle fatiche di altri uomini, vivi e morti, e che io devo fare il massimo sforzo per dare nella stessa misura in cui ho ricevuto.
Albert Einstein

venerdì 26 marzo 2010

Raiperunanotte - quando la parola è libera


Finchè avremo voce e modo di raccontare la verità, finchè saremo liberi di esprimerci, di diffondere il nostro pensiero affinchè altri lo possano ascoltare. Il senso di Raiperunanotte è stato questo. La dimostrazione inequivocabile dell'esistenza di un'Italia che pensa e ragiona, che si appassiona ai fatti ed al merito più che ad una discutibile medialità di una massa eterodiretta. La manifestazione di questa sera rivendica, senza se e senza ma, il diritto e la libertà di stampa e di espressione, la sacrosanta necessità di sapere prima di tutto. Stasera ho potuto sentirmi ancora una volta di sinistra, fortemente, chiaramente, come non mi accadeva da molto, troppo  tempo, confuso e anestetizzato spesso da discorsi insipidamente sbiaditi di pseudo-leader di partito; ho potuto dare ancora una volta, ed in maniera insapettata, un senso al mio "stare a sinistra", all'essere dalla parte della libertà d'espressione ad ogni costo, all'essere dalla parte della cultura sfrenata e spassionata, all'essere dalla parte di valori inalienabili come il senso civico, la legalità, l'etica politica. Per questo mi sento di dire, forse peccando un po' di ingenua tifoseria, grazie Santoro, grazie Travaglio, e grazie a chi ha guardato questa sera Raiperunanotte.

giovedì 25 marzo 2010

Nucleare, si riparla di Sardegna

  
ORISTANO. Per ora sono indizi. Indizi che, ancora una volta, conducono in Sardegna. Il deputato del Pdl, Giorgio Stracquadanio, è stato molto chiaro: l’isola è sede ideale per una centrale nucleare.
 Nel corso della trasmissione televisiva Omnibus, su La 7, durante un dibattito sulle elezioni regionali, Stracquadanio è intervenuto per giustificare il «no» alle centrali nucleari per Regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte: «Sono zone a alto consumo di energia - ha detto il parlamentare del Pdl - e quindi, se nonostante questo producono con il sistema attuale in modo tale da essere autosufficienti, forse non è opportuno piazzare le centrali proprio lì. Anche perchè l’energia prodotta poi bisogna distribuirla e durante la distribuzione si perde».
 Quindi no al nucleare in Lombardia, Veneto e Piemonte perchè Regioni autosufficienti pur con un grande consumo di energia.
 E la Sardegna? «Il mio amico Cappellacci - ha proseguito nel suo ragionamento il parlamentare del Pdl - dice di avere delle perplessità. Ma è un’affermazione generica. In Sardegna abbiamo avuto un problema, di recente. C’è stata la crisi dell’Alcoa, un’industria fondamentale per l’isola. Il Governo sta trattando con grande determinazione per mantenere i posti di lavoro. Ma la produzione di un’industria che lavora l’alluminio richiede un alto consumo di energia. Quindi, se possiamo avere la produzione dell’energia lì vicino è meglio. In più le centrali hanno anche necessità di grandi quantità d’acqua, quindi l’ideale sarebbe mettere la centrale lì vicino».
 Neanche una parola sul fatto che l’energia rimanente (a meno che la centrale nucleare non sia a esclusivo uso dell’Alcoa) dovrebbe comunque essere trasportata, e con problemi ben maggiori rispetto a quelli che si presenterebbero in Lombardia, Veneto e Piemonte.
 L’onorevole Stracquadanio ha poi smorzato i toni: «Dobbiamo ragionare con tutti, con le popolazioni e con le Regioni, nella definizione di una scelta strategica che la maggioranza ha fatto ottenendo l’appoggio degli elettori».
 Da tempo circola un elenco, diffuso dai Verdi, secondo il quale le aree individuate per i reattori, oltre a Oristano con la piana del Cirras, sarebbero: Monfalcone (Friuli Venezia Giulia), Chioggia (Venezia), Caorso (Emilia Romagna), Fossano e Trino (Piemonte), Scarlino (Toscana), San Benedetto del Tronto (Marche), Montalto di Castro e Latina (Lazio), Termoli (Molise), Mola di Bari (Puglia) o sito tra Nardò e Manduria, Scanzano Ionico (Basilicata), Palma (Sicilia). Il Governo ha sinora detto che i siti non sono stati ancora individuati.

da La Nuova Sardegna

martedì 23 marzo 2010

Raiperunanotte


 RAIPERUNANOTTE
GIOVEDI'  25 MARZO, ORE 21.00

domenica 14 marzo 2010

Peggio del McCarthy di sessanta anni fa

di EUGENIO SCALFARI

Tralascio per ora le consuete e querule lamentazioni del nostro pseudo san Sebastiano nazionale trafitto dalle frecce dei magistrati comunisti. Mi sembra più interessante cominciare questo articolo con un'osservazione sul comune sentire dei centristi.
I centristi, quelli che non amano prender posizione neppure nei momenti in cui schierarsi sarebbe inevitabile, si rifugiano nella tecnica di mandare la palla in tribuna anziché tenerla in campo. Gli argomenti usati e ormai consueti sono: descrivere le manifestazioni di popolo come stanchi riti vissuti con annoiata indifferenza perfino da chi vi partecipa; sottolineare che "i veri problemi" non sono quelli di schieramento ma i programmi delle Regioni nelle quali si voterà il 28 marzo; infine sottolineare l'importanza di un'astensione di massa dal voto come segnale idoneo a ricondurre la casta politica sulla retta via dell'amministrazione.

Questa saggezza centrista non mi pare che colga la realtà per quanto riguarda i fatti e mi sembra alquanto sconsiderata nelle sue proposte. La piazza del Popolo di ieri pomeriggio era gremita e ribollente di passione, di senso di responsabilità e insieme di rabbiosa indignazione: niente a che vedere con l'indifferenza di un rito stanco. La proposta dell'astensione rivolta al centrosinistra mostra la corda: l'astensione sarebbe soltanto un favore alla maggioranza che ci sgoverna e non metterebbe affatto il governo sulla retta via della buona amministrazione.


Il governo sarebbe ben felice di un'astensione a sinistra che compensasse la vasta astensione che si delinea a destra. Se è vero  -  e gli stessi centristi lo dicono ormai a chiare note  -  che il governo non riesce ad esprimere una politica ma mette in opera tutti i mezzi leciti e illeciti per puntellare il suo potere annullando controlli e garanzie, lo strumento elettivo è il solo capace di punirlo affinché cambi registro o se ne vada. Gli elettori di destra in buona fede si astengano invece di turarsi il naso di fronte al pessimo odore che anch'essi ormai percepiscono; quelli di sinistra votino senza esitazioni perché è il solo modo per far rinsavire un Paese frastornato e licenziare la cricca che fa man bassa delle istituzioni.

I problemi concreti, la disoccupazione, la caduta del reddito, l'immigrazione, la sanità, il Mezzogiorno, sono tanti e gravi, ma il problema dei problemi è appunto la cricca e il boss della cricca. Se non si risolve preliminarmente quello, tutti gli altri continueranno a marcire.

Ne abbiamo l'ennesima conferma dalle ultime notizie che arrivano dalla Procura di Trani e che sono su tutti i giornali di ieri. Il presidente del Consiglio ha preteso che l'Autorità garante del pluralismo nei "media" azzerasse la trasmissione Annozero, ha dato più volte indicazioni a Minzolini di come condurre il Tg1, ha imposto al direttore generale della Rai di bloccare le trasmissioni sgradite.
È possibile che questi comportamenti non configurino reati gravi, ma certo raccontano una politica di sopraffazione indecente contro il pluralismo e la libertà di stampa. Per un leader di partito e soprattutto per il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo, questi reiterati interventi dovrebbero portarlo alle dimissioni immediate e irrevocabili. E i primi a reclamarle dovrebbero essere i suoi collaboratori, ivi compreso il cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini.

*  *  *


Il progetto costituzionale di Silvio Berlusconi è molto chiaro: vuole riscrivere la Costituzione. Non modificarne alcuni punti ma riscriverla stravolgendone lo spirito, mettendo al vertice una sorta di "conducator" eletto direttamente dal popolo insieme alla maggioranza parlamentare da lui stesso indicata e subordinando alla sua volontà non solo il potere esecutivo e quello legislativo ma anche i magistrati del pubblico ministero, la Corte costituzionale e le autorità di controllo e di garanzia.

Questo progetto non è nato oggi ma è nella sua mente fin dal 2001, quando ebbe inizio la legislatura che durò fino al 2006 e si svolse durante il settennato al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi. Le divergenze tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio furono numerose e ebbero come oggetto soprattutto quel tema; non potendo cambiare la Costituzione nel modo da lui desiderato Berlusconi tentò di modificarla nei fatti contestando sistematicamente le attribuzioni del capo dello Stato e i poteri che gli derivano.
Il capo dello Stato rappresenta il coronamento istituzionale della democrazia parlamentare così come la configura la nostra Costituzione ed è, proprio per questo il maggior ostacolo ai progetti di Berlusconi. Non è dunque un caso che i suoi bersagli costanti siano stati Scalfaro, Ciampi, Napolitano: tre uomini estremamente diversi tra loro, con diversi caratteri e diverse origini culturali, ma con identica dedizione ai loro doveri costituzionali. E proprio per questo sono stati tutti e tre nel mirino di Berlusconi fin da quando salì per la prima volta alla presidenza del Consiglio avendo in animo di governare da solo, senza ostacoli di sorta che controllassero la legalità delle sue azioni e ne limitassero la discrezionalità che egli vuole piena e assoluta.

Gli attriti con Ciampi furono, come ho ricordato, numerosi. Due di essi in particolare avvennero in circostanze di estrema tensione. Il primo in occasione della nomina di tre giudici della Corte costituzionale, il secondo nel momento della promulgazione della legge Gasparri sul sistema televisivo nazionale.

Ho avuto la ventura di esser legato a Ciampi da un'amicizia che dura ormai da quarant'anni, sicché ebbi da lui un lungo racconto di quei due episodi poco tempo dopo   il loro svolgimento. Non ho mai rivelato quel racconto, del quale ho conservato gli appunti nel mio diario quotidiano. Spero che il presidente Ciampi mi perdonerà se oggi ne faccio cenno, poiché la riservatezza che finora ho rispettato non ha più ragion d'essere al punto in cui è arrivata la situazione politica italiana.

L'episodio concernente la nomina dei tre giudici della Consulta nella quota che la Costituzione riserva al Presidente della Repubblica, avvenne nella sala della Vetrata del Quirinale. Erano presenti il segretario generale del Quirinale, Gifuni e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. I temi da discutere erano due: i rapporti con la Commissione europea di Bruxelles dove il premier doveva recarsi per risolvere alcuni importanti problemi e la nomina dei tre giudici.

Esaurito il primo argomento Ciampi estrasse da una cartella i tre provvedimenti di nomina e comunicò a Berlusconi i nomi da lui prescelti. Berlusconi obiettò che voleva pensarci e chiese tempo per riflettere e formulare una rosa di nomi alternativa. Ciampi gli rispose che la scelta, a termini di Costituzione, era di sua esclusiva spettanza e che la firma del presidente del Consiglio era un atto dovuto che serviva semplicemente a certificare in forma notarile che la firma del Capo dello Stato era autentica e avvenuta in sua presenza. Ciò detto e senza ulteriori indugi Ciampi prese la penna e firmò passando i tre documenti a Berlusconi per la controfirma.
A quel punto il premier si alzò e con tono infuriato disse che non avrebbe mai firmato non perché avesse antipatia per i nomi dei giudici ma perché nessuno poteva obbligarlo a sottoporsi ad una scelta che non derivava da lui, fonte unica di sovranità perché derivante dal popolo sovrano.
La risposta di Ciampi fu gelida: "I documenti ti verranno trasmessi tra un'ora a Palazzo Chigi. Li ho firmati in tua presenza e in presenza di due testimoni qualificati. Se non li riavrò immediatamente indietro da te controfirmati sarò costretto a sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale. "Ti saluto" rispose altrettanto  gelidamente Berlusconi e uscì dalla Vetrata seguito da Letta. In serata i tre atti di nomina tornarono a Ciampi debitamente controfirmati.

Il secondo episodio avvenne nel corso di una colazione al Quirinale, sempre alla presenza di Gifuni e di Letta. Il Parlamento aveva votato la legge Gasparri e l'aveva trasmessa  a Ciampi per la firma di promulgazione. Presentava, agli occhi del Capo dello Stato, svariati e seri motivi di incostituzionalità e mortificava quel pluralismo dell'informazione che è un requisito essenziale in una democrazia e sul quale, appena qualche mese prima, Ciampi aveva inviato al Parlamento un suo messaggio.

La colazione era da poco iniziata quando Ciampi informò il suo ospite del suo proposito di rinviare la legge alle Camere, come la Costituzione lo autorizza a fare motivando le ragioni del rinvio e i punti della legge da modificare. Berlusconi non si aspettava quel rinvio. Si alzò con impeto e alzò la voce dicendo che quella era una vera e propria pugnalata alla schiena. Ciampi (così il suo racconto) restò seduto continuando a mangiare ma ripeté che avrebbe rinviato la legge al Parlamento. L'altro gli gridò che la legge sarebbe stata comunque approvata tal quale e rinviata al Quirinale e aggiunse: "Ti rendi conto che tu stai danneggiando Mediaset e che Mediaset è una cosa mia? Tu stai danneggiando una cosa mia".
A quel punto si alzò anche Ciampi e gli disse: "Questo che hai appena detto è molto grave. Stai confessando che Mediaset è cosa tua, cioè stai sottolineando a me un conflitto di interessi plateale. Se avessi avuto un dubbio a rinviare la legge, adesso ne ho addirittura l'obbligo". "Allora tra noi sarà guerra e sei tu che l'hai voluta. Non metterò più piede in questo palazzo".

Uscì con il fido Letta. Ciampi rinviò la legge. Il premier per sei mesi non mise più piedi al Quirinale.

Venerdì scorso ho rivisto su Sky un bellissimo film prodotto da George Clooney.  Si intitola "Good Night and Good Luck", Buona notte e buona fortuna, e racconta di una società televisiva che guidò la protesta dei democratici americani contro la campagna di intimidazione con la quale il senatore McCarthy, presidente d'una commissione di inchiesta del Senato, aveva intimidito e colpito giornalisti, docenti universitari, produttori ed attori, uomini d'affari, sindacalisti, scienziati e tutta la classe dirigente con l'accusa di essere comunisti o loro fiancheggiatori.
Quella società televisiva, guidata da un giornalista coraggioso, mise McCarthy sotto accusa, ne documentò la faziosità e suscitò un tale movimento di opinione pubblica che il Senato aprì un'indagine e destituì McCarthy da tutti i suoi incarichi.
Sky l'ha rimesso in onda l'altro ieri ed ha fatto a mio avviso un'ottima scelta: la sua attualità è stupefacente.
Citerò le parole con le quali il protagonista conclude: "La televisione è uno strumento che può e deve contribuire a rendere le persone più consapevoli, più responsabili e più libere. Se mancano questi presupposti e questi obiettivi la televisione è soltanto una scatola piena di fili elettrici e di valvole".
Aggiungo io: una scatola, ma a volte molto pericolosa se qualcuno se ne impadronisce e la controlla a proprio uso e consumo.
Good Night, and Good Luck.

lunedì 8 marzo 2010

Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi un precedente contro le regole


di Eugenio Scalfari

CI SONO, nel decreto legge varato ieri notte dal governo, un pregio e una quantità di difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha già dato conto. Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle considerazioni svolte dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma c'è anche e soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel decreto, che suscita grandissima preoccupazione.

Il pregio è d'aver dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati la possibilità di partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così da esercitare il diritto elettorale attivo e passivo. Quest'esigenza era stata sottolineata non solo dagli interessati ma anche dai partiti dell'opposizione. Bersani, Di Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler vincere disputando la loro eventuale vittoria "sul campo e non a tavolino". Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i tribunali amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le condizioni sulla base del decreto già operativo nel momento in cui quei due tribunali si pronunceranno. Spetta infatti a loro  -  e non al decreto  -  stabilire se le prescrizioni previste saranno state correttamente adempiute.

I difetti  -  che meglio possono essere definiti vere e proprie prevaricazioni  -  sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri di natura costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del 1988 che vieta ogni decretazione in materia elettorale.

Ora è chiaro che un decreto interpretativo (come è stato definito quello di ieri) non può contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla senza con ciò produrre un'innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa che risulta essere soltanto un'appiccicatura mistificante, e riappare invece un intervento che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.


C'è un'altra questione assai delicata: l'intera materia elettorale riguardante le Regioni è di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in materia di procedura differiscono in parecchi punti l'una d'altra. E' quindi molto dubbio che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione su leggi che non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di tal genere spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in attesa del rinnovo elettorale.

Su tutte queste questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla Corte. Ove questa li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli esiti degli scrutini del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva giustamente definito "un pasticcio" la situazione venutasi a creare. Purtroppo il decreto di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti aspetti lo aggrava.

Quanto alla scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata condivisione della sanatoria decretata dal governo con le forze d'opposizione. Il Presidente della Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato l'opportunità ed anzi aveva condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo rifiuto dell'altro ieri ad autorizzare un decreto che modificasse le procedure elettorali ad elezioni in corso era motivato anche da questo.

Non solo la condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza eccezione alcuna hanno incolpato l'opposizione d'aver reso impossibile l'esercizio del     diritto elettorale. In particolare questa responsabilità dell'opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove militanti radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i rappresentanti della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell'ufficio elettorale del tribunale.
Questa circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di calunnia, dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell'udienza di domani. E' comunque grave un'inversione così macroscopica delle responsabilità, sulla base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.

* * *

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo come "il male minore", distinguendosi ancora una volta con queste parole dalla linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato per difetto. Il decreto interpretativo non è un male minore. E' un male identico se non addirittura peggiore d'un decreto innovativo.

Anzitutto non si può dare un'interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura elettorale con effetto retroattivo. L'interpretazione, se retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.

Ma c'è di peggio. Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato d'ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d'ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l'aberrante principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola "sprocedato" per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto "senza procedura".

E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell'esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell'assolutismo.

Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il "missus dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e  -  a quanto si sa  -  l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l'avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso l'artiglio di ferro.

Male minore, presidente Fini? Purtroppo non sembra.

* * *

Che fare? Chi ne ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua competenza per quanto riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar lombardo ha già concesso a Formigoni la sospensiva dell'ordinanza dell'Ufficio elettorale e deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo sollevi i problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.

Le sortite "sprocedate" di Di Pietro nei confronti del presidente della Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data il Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare la precedenza all'esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere alcune disposizioni transitorie che riservavano l'applicazione del decreto alle sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all'arbitrio del Sovrano. Gli elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi sostenuti. Ma sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di involuzione democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma certamente l'occasione per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in favore delle "cricche" che hanno occupato le istituzioni usandole a favore dei loro privatissimi  interessi. L'occasione per cambiare questo andazzo arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell'errore non lo sarebbe.

venerdì 5 marzo 2010

Il sonno della Regione genera mostri


Di Marcello Fois

Commentare l'attuale stagione politica in Sardegna significa, sotto molti aspetti, fare un viaggio nelle tenebre melmose dell'insipienza. Il risultato della recente consultazione elettorale, che ha scalzato quel prepotente di Renato Soru dal timone di una regione che rischiava di perdersi nel mare aperto dell'illiberalismo, ha riportato quella stessa regione nel pantano in cui era programmato che si incagliasse.
A un anno di distanza è chiarissimo che la restaurazione è avvenuta in pieno: coste edificabili; deregulation edilizia; immobilismo; spoil-system selvaggio; ritorno dell'assistenzialismo elettorale; scomparsa assoluta della Sardegna dal panorama mediatico nazionale. Il presidente Silvio Berlusconi un anno fa, dalle piazze sarde, ha preso impegni precisissimi e dettato tempi strettissimi, un anno, per risolvere quelle due o tre cose che il dittatore Soru aveva disfatto: edificazione sulle coste contro l'illiberale blocco (voti dei territori costieri); sistemazione dei problemi collegati al lassismo con cui Mister Tiscali aveva trattato le questioni di Porto Vesme e del Sulcis Iglesiente (voti confacenti); risoluzione immediata, attraverso "l'amico Vladimir" (Putin) di trattative e annessioni di fabbriche, in cui l'orrido miliardario comunista non si era abbastanza speso (altri voti); immediata felicità diffusa e sorrisi contro l'umbratile, presbiteriana, condotta soriana; la dimostrazione ipso facto che la Sassari-Olbia era un dato ormai assodato, tanto che gli bastava una telefonata per dare il via ai lavori; la soddisfazione di poter spiegare ai maddalenini in che modo si poteva trarre vantaggi tripli da un G8 gestito dalla destra piuttosto che dalla sinistra stalinista.
Bene un anno è passato e un nuovo paesaggio interno si è spalancato davanti agli occhi dei politici sardi. Quelli con la schiena dritta nel silenzio delle segreterie si dicono che, come l'ultimo e meno attrezzato elettore di paese, anche loro, pur amministratori di lungo corso, questa volta si sono fatti ingannare, e che, smarcarsi dall'attuale piega degli eventi, sta diventando un imperativo categorico. A destra qualcuno capisce che l'unica chance per potersi permettere almeno un accenno di campagna elettorale in Sardegna è quella di prendere immediatamente le distanze dall'attuale Governo Regionale che in quest'anno, come stabilito ad Arcore, ha brillato per la sua totale assenza.
A sinistra il problema è di coltivare efficacemente la memoria corta e provare a scordarsi che la partecipazione attiva di molti "progressisti" alla coalizione trasversale dei medici, muratori e curiali, ha donato la Sardegna a Berlusconi senza che la destra di sbattesse più di tanto. Tuttavia, poco prima che la Regione, a Berlusconi, è stata donata la Bandiera Quattro Mori, giusto per santificare l'ennesima svolta dei sardisti alla ricerca di un posto al sole. Quell' immagine resterà come icona della storia sarda recente e come conferma che ci sono coalizioni che, dalla Marcia su Roma in poi, hanno fatto della "fluidità" uno stile . La politica sartoriale comincia a mietere vittime non appena si fa confusione tra politica nazionale e politica locale. Infatti, chi ha uno stile proprio e riconoscibile, senza ambiguità, come l'interessantissimo movimento dell'IRS, avanza, meritatamente, nella stima popolare.
Gli aderenti dell'IRS hanno capito che, in questa particolare contingenza, le imminenti elezioni amministrative in Sardegna pongono il problema di quanto distanti siano gli obiettivi del Governo Nazionale dalle esigenze reali della Sardegna attuale. E i fatti recenti gli danno ragione su tutti i fronti. Per esempio le orrende intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto politici locali sardi nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti del G8 pensato, da Soru, alla Maddalena. Si capisce chiaramente perché il Premier Nazionale abbia un'antipatia così feroce nei confronti delle intercettazioni. Esse, pur non indicando alcunché di illegale, indicano qualcosa di peggio: una corte di servi sciocchi prepotenti con i deboli e pusillanimi con i potenti di turno.
Questa melma diffusa di relazioni, di accordi sottobanco, di nomine concordate, di lobbyes rampanti, è, seppur non sempre perseguibile, parificabile all'illegalità, perché sancisce l'impotenza dei rappresentanti che abbiamo creduto di eleggere liberamente. Un campione mediatico come l'On. Berlusconi sa bene che è proprio di questa sfiducia che si muore come leader politico. Certo il Dottor Cappellacci al momento non ha questo stesso problema: finito il suo compito di parafulmine, ritornerà nel dimenticatoio da cui proviene, come Chiodi (qualcuno se lo ricorda il governatore dell'Abruzzo?).
E' proprio Ugo Cappellacci il personaggio più "interessante" in questa tristissima vicenda, nel suo immane, e goffo, tentativo di sembrare amministratore al servizio dei sardi, piuttosto che di Berlusconi. Nel suo dover chiedere il permesso per qualunque esternazione non concordata al punto che i predecessori Pili e Soru sembrano, al suo confronto, due giganti non solo della politica, ma soprattutto dell'orgoglio locale. Eppure siamo in una regione in cui, più o meno limpidamente, lo stabiliranno i giudici che se ne stanno occupando, bisogna restituire almeno un vincitore di Sanremo a chi e stato derubato del G8, con quanto ne consegue in termini tregua sociale.
Non hanno avuto il G8? Si prendano Valerio Scanu! Il quale, tra un lago e l'altro, è stato promosso dall'attuale Assessore Regionale alla Cultura a campione dell'eccellenza sarda che si fa valere a livello nazionale. Del resto come dar torto alla signora Baire visto il silenzio fittissimo degli intellettuali sardi, anche di alcuni che eccellenze nazionali lo sono davvero. Pensate un po': fornitori nazionali di Amici, vincitori di festivals e veline brune. Decisamente in linea con un'idea imbelle della Sardegna. Tra breve, nella città costiera continua, torneremo a fare i manovali, i fattorini, i portieri di notte, i giardinieri, i camerieri stagionali, i custodi delle ville, i mozzi negli yachts. Poi, definitivamente addomesticati, correremo ad indossare il costume locale per essere pronti a consegnare serti di mirto e dolcetti di mandorle ai turisti nei porti e negli aeroporti. Il sonno della Regione genera mostri.

sabato 27 febbraio 2010

Il Pd per la salute


Stasera, ad Ales, l'incontro del Pd sul tema della sanità sarda. Tutti presenti, ciascuno con le sue prospettive, le idee, le aspettative in merito ad un partito che da poche settimane si è dato una strutturazione operativa. Tutti inequivocabilmente affini nel condannare una logica perversa di smembramento della sanità sarda che l'attuale governo regionale, con lo smantellamento del piano sanitario che dopo vent'anni vedeva la luce nell'isola, sta pericolosamente attuando. Il nocciolo del dibattito potrei riassumerlo in una frase di commento che qualcuno ha espresso nei confronti del ridisegno dello stesso sistema sanitario: "meglio portare venti pazienti da un medico, o un medico da venti pazienti?". E' stata una buona occasione d'incontro, utile ai militanti, semplice nella esposizione di alcuni problemi cardine anche per i non addetti ai lavori, significativa per aver dato segnali positivi di vitalità, dopo interminabili parentesi di silenzio che il pd ha vissuto a tutti livelli in questi utimi anni.

mercoledì 24 febbraio 2010

Il giorno dell'ipocrisia nel porto delle nebbie - di Giuseppe D'avanzo



SOLITAMENTE discreto, il procuratore di Roma Giovanni Ferrara decide di prendere la parola in pubblico. È già un errore. Conviene sempre che per i magistrati parlino i fatti. Nella carne viva di un'istruttoria o di un processo, poi è doveroso che quei fatti siano offerti soltanto nei luoghi deputati: l'udienza, l'aula. Gli argomenti che il Procuratore adopera peggiorano il quadro. Ferrara non trova il coraggio o l'umiltà di dirsi almeno addolorato per quanto è accaduto nel suo ufficio e a se stesso. Ha scelto incautamente per il governo del dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione una toga rivelatasi infedele, Achille Toro.

Achille Toro, si scopre, sopisce, tronca le indagini e - si scopre - addirittura spiffera agli indagati gli esiti che incuba lo scandalo della Protezione civile. Un buon motivo per rammaricarsi in pubblico della sua infelice preferenza; rassicurare della incorruttibilità degli altri pubblici ministeri; impegnarsi a comprendere che cosa e perché non è andato per verso giusto, come cambiare pagina. Ferrara non si cura di questo. A Toro, alla criticità che il suo comportamento apre nella sua procura, Ferrara non sembra interessato. Prende la parola per un altro sorprendente lavoro da sbrigare: biasimare le mosse della procura di Firenze, demolire la correttezza di un'inchiesta che scuote il mondo politico e il governo mentre svela le abitudini combriccolari che si nascondono dietro la "politica dell'emergenza".

Il suo argomento è diabolico: quei pubblici ministeri non erano "competenti". Dovevano astenersi da fare alcun passo perché i reati ipotetici sono stati commessi a Roma e la procura della Capitale è la sola abilitata a procedere. È una denuncia radicale: quell'inchiesta è illegittima e forse addirittura illegale. Ferrara sa che, sopravvissuto alla caduta della dittatura e confusamente accomodato dal legislatore, il nostro codice fornisce "un terreno di cultura ideale ai contrasti ideologici degli operatori". C'è un luogo delegato per risolvere queste controversie ed è la Corte di cassazione. È la strada che, sollevando una polemica pubblica e alquanto artefatta anche nel merito, Ferrara non imbocca. Vuole una polemica politica. La sollecita. Preme per gettare discredito su Firenze annientando un lavoro politicamente sensibile. La sortita dell'alto magistrato, con quel silenzio sulle malefatte di Achille Toro e con lo strepito contro l'altra procura, ravviva in un colpo solo il dubbio e la confusione che circondano da molto tempo la procura di Roma. Ufficio spesso quietista, qualche volta affetto dal morbo del conformismo, quasi intimidito dalla propria indipendenza.



Quel "morbo", annotava Piero Calamandrei, non è altro che un'ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alla pressione del potere, ma se l'immagina e la soddisfa in anticipo. Spesso i meccanismi intellettuali, le atmosfere emotive, le solidarietà corporative che si scorgono nell'ufficio di Ferrara appaiono affette da quella malattia e le parole arroganti sembrano rivendicare quella antica, bizzarra, discutibile pretesa - quasi castale - della procura di Roma di essere il foro penale precostituito per i Potenti: dovunque delinquano, Roma loquitur. Come accadeva - ricorda Franco Cordero - nella Francia ancien régime dove "si chiamavano Committimus le lettere grazie a cui date persone, schivando le solite giurisdizioni, adivano una corte sovrana".

C'erano dunque, al mattino, già buone ragioni per preoccuparsi e chiedersi se non sia giunto il tempo che anche la procura di Roma coltivi meglio la sua autonomia e indipendenza dal potere politico, ma quel che accade nel pomeriggio finisce per rendere grottesco, o "italiano" (fate voi), il caso. Ottanta sostituti si ribellano alla mossa del loro capo. Si convoca un'assemblea. Toni accessi, valutazioni severe. Si chiede a Ferrara di smentire quel che gli viene attribuito o di accettare il rimprovero di una nota collettiva e pubblica dei suoi collaboratori. Ne nasce un comunicato tartufesco, incredibilmente firmato anche da Ferrara, dove si legge che con la procura di Firenze "non c'è alcuno scontro" perché "la professionalità di quei colleghi non è in discussione"; che a Roma c'è "disagio" per quel che ha combinato Achille Toro, ma la sua infedeltà non può macchiare le toghe degli altri in un ufficio che "è coeso" e dunque non sfiducia il capo.

La nota è un capolavoro di ipocrisia, il fragile tentativo di dare una parvenza di solidità e coerenza a un'aria fritta che lascia irrisolta la sobria diffidenza che si nutre per la procura di Roma. È un'apprensione che non si può cambiare in un giorno né in una stagione. Si possono almeno cambiare subito le abitudini di quell'ufficio e aprire spazi ai molti pubblici ministeri che chiedono di fare soltanto il lavoro che la Costituzione assegna loro. Tocca a questi sostituti battere un colpo per diradare le nebbie che ancora si vedono intorno a quel Palazzo. Si deve avere fiducia che questo accadrà presto. 


da Repubblica.it

martedì 26 gennaio 2010

giovedì 21 gennaio 2010

Processo breve: intervista a Saviano

repubblica.it

ROMA - "Non si possono velocizzare i processi a discapito di chi sta attendendo giustizia. Adesso il messaggio è chiaro. Se in Italia qualcuno pensa di avere risposta dallo Stato, sa che spesso potrà non averla. E chi al contrario percorre strade trasversali alla legalità, quelle della criminalità organizzata e non solo, avrà la consapevolezza di potersela cavare. Che esistono le regole, ma che possono essere corrette".
Roberto Saviano, che accadrà quando il processo breve diventerà legge col voto della Camera?
"Per capirlo bisogna ricorrere ad alcune immagini. Processo Spartacus, quello che nei giorni scorsi ha portato alla condanna all'ergastolo in Cassazione per 16 boss della vecchia guardia casalese: con questa legge il primo grado non sarebbe rientrato nei tempi. Sarebbe stato impossibile dimostrare che lo Stato persegue i reati, che è in grado, magari con lentezza, di condannare i colpevoli. Ancora, col processo breve giungeranno a prescrizione i maggiori processi in corso per incidenti sul lavoro. Processi che purtroppo necessitano di tempi lunghi per via delle perizie tecniche e a causa della lentezza della macchina giudiziaria. Per non parlare in ultimo della colpa medica. Tutte le persone che hanno subito interventi medici segnati da errori o terapie sbagliate vedranno cancellato il loro processo".

I cittadini hanno diritto a tempi rapidi, è la tesi del governo.

"Ma perché i cittadini devono pagare due volte? Prima, attendendo tempi lunghissimi per il giudizio. Poi, durante il processo, vedendo cancellata la speranza di avere giustizia? Vero, bisogna velocizzare i processi. La lentezza della macchina giudiziaria italiana è scandalosa, ancor più per un paese che si definisce democratico. Prioritario e giusto velocizzarla. Ma rendendola più efficiente, mettendola in grado di funzionare. Non si può pensare di velocizzare a discapito di chi cerca giustizia".


Obiezioni valide, se non si trattasse di una legge ad personam.
"Basterebbe poco per dimostrare che non si tratti di una norma che fa gli interessi di qualcuno. Dire: ecco, questa legge entrerà in vigore da domani, a partire dai nuovi processi, non ha valore retroattivo. Ma purtroppo così non è".

Ritiene che tra i rischi vi sia quello della diffusione di un senso di impunità, una sorta di incentivo involontario alla criminalità organizzata?
"Il rischio c'è. La criminalità organizzata, e non solo, potrà pensare di cavarsela sempre. Che le regole ci sono ma modificabili".

Il suo appello contro il processo breve, attraverso il nostro giornale e il sito, ha raccolto 500 mila firme. È stato tutto vano?
"Non è stato vano. Quelle centinaia di migliaia di persone sono lì a ricordare che quella non è una legge condivisa, che non va nella direzione della democrazia. Su questo, concordano molti elettori del centrodestra. Mi chiedo con che faccia, da domani, i rappresentanti del governo potranno guardare negli occhi chi chiede giustizia e non potrà più averne".

Ormai la legge è in dirittura d'arrivo. In cosa spera?
"Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento".

Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
"Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su "metodo e analisi criminale", applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi".

Saviano in cattedra, per dire cosa?
"Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l'immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni '70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell'emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra".

E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
"Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà".