Finchè avremo voce e modo di raccontare la verità, finchè saremo liberi di esprimerci, di diffondere il nostro pensiero affinchè altri lo possano ascoltare. Il senso di Raiperunanotte è stato questo. La dimostrazione inequivocabile dell'esistenza di un'Italia che pensa e ragiona, che si appassiona ai fatti ed al merito più che ad una discutibile medialità di una massa eterodiretta. La manifestazione di questa sera rivendica, senza se e senza ma, il diritto e la libertà di stampa e di espressione, la sacrosanta necessità di sapere prima di tutto. Stasera ho potuto sentirmi ancora una volta di sinistra, fortemente, chiaramente, come non mi accadeva da molto, troppo tempo, confuso e anestetizzato spesso da discorsi insipidamente sbiaditi di pseudo-leader di partito; ho potuto dare ancora una volta, ed in maniera insapettata, un senso al mio "stare a sinistra", all'essere dalla parte della libertà d'espressione ad ogni costo, all'essere dalla parte della cultura sfrenata e spassionata, all'essere dalla parte di valori inalienabili come il senso civico, la legalità, l'etica politica. Per questo mi sento di dire, forse peccando un po' di ingenua tifoseria, grazie Santoro, grazie Travaglio, e grazie a chi ha guardato questa sera Raiperunanotte.
venerdì 26 marzo 2010
Raiperunanotte - quando la parola è libera
Finchè avremo voce e modo di raccontare la verità, finchè saremo liberi di esprimerci, di diffondere il nostro pensiero affinchè altri lo possano ascoltare. Il senso di Raiperunanotte è stato questo. La dimostrazione inequivocabile dell'esistenza di un'Italia che pensa e ragiona, che si appassiona ai fatti ed al merito più che ad una discutibile medialità di una massa eterodiretta. La manifestazione di questa sera rivendica, senza se e senza ma, il diritto e la libertà di stampa e di espressione, la sacrosanta necessità di sapere prima di tutto. Stasera ho potuto sentirmi ancora una volta di sinistra, fortemente, chiaramente, come non mi accadeva da molto, troppo tempo, confuso e anestetizzato spesso da discorsi insipidamente sbiaditi di pseudo-leader di partito; ho potuto dare ancora una volta, ed in maniera insapettata, un senso al mio "stare a sinistra", all'essere dalla parte della libertà d'espressione ad ogni costo, all'essere dalla parte della cultura sfrenata e spassionata, all'essere dalla parte di valori inalienabili come il senso civico, la legalità, l'etica politica. Per questo mi sento di dire, forse peccando un po' di ingenua tifoseria, grazie Santoro, grazie Travaglio, e grazie a chi ha guardato questa sera Raiperunanotte.
giovedì 25 marzo 2010
Nucleare, si riparla di Sardegna
ORISTANO. Per ora sono indizi. Indizi che, ancora una volta, conducono in Sardegna. Il deputato del Pdl, Giorgio Stracquadanio, è stato molto chiaro: l’isola è sede ideale per una centrale nucleare.
Nel corso della trasmissione televisiva Omnibus, su La 7, durante un dibattito sulle elezioni regionali, Stracquadanio è intervenuto per giustificare il «no» alle centrali nucleari per Regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte: «Sono zone a alto consumo di energia - ha detto il parlamentare del Pdl - e quindi, se nonostante questo producono con il sistema attuale in modo tale da essere autosufficienti, forse non è opportuno piazzare le centrali proprio lì. Anche perchè l’energia prodotta poi bisogna distribuirla e durante la distribuzione si perde».
Quindi no al nucleare in Lombardia, Veneto e Piemonte perchè Regioni autosufficienti pur con un grande consumo di energia.
E la Sardegna? «Il mio amico Cappellacci - ha proseguito nel suo ragionamento il parlamentare del Pdl - dice di avere delle perplessità. Ma è un’affermazione generica. In Sardegna abbiamo avuto un problema, di recente. C’è stata la crisi dell’Alcoa, un’industria fondamentale per l’isola. Il Governo sta trattando con grande determinazione per mantenere i posti di lavoro. Ma la produzione di un’industria che lavora l’alluminio richiede un alto consumo di energia. Quindi, se possiamo avere la produzione dell’energia lì vicino è meglio. In più le centrali hanno anche necessità di grandi quantità d’acqua, quindi l’ideale sarebbe mettere la centrale lì vicino».
Neanche una parola sul fatto che l’energia rimanente (a meno che la centrale nucleare non sia a esclusivo uso dell’Alcoa) dovrebbe comunque essere trasportata, e con problemi ben maggiori rispetto a quelli che si presenterebbero in Lombardia, Veneto e Piemonte.
L’onorevole Stracquadanio ha poi smorzato i toni: «Dobbiamo ragionare con tutti, con le popolazioni e con le Regioni, nella definizione di una scelta strategica che la maggioranza ha fatto ottenendo l’appoggio degli elettori».
Da tempo circola un elenco, diffuso dai Verdi, secondo il quale le aree individuate per i reattori, oltre a Oristano con la piana del Cirras, sarebbero: Monfalcone (Friuli Venezia Giulia), Chioggia (Venezia), Caorso (Emilia Romagna), Fossano e Trino (Piemonte), Scarlino (Toscana), San Benedetto del Tronto (Marche), Montalto di Castro e Latina (Lazio), Termoli (Molise), Mola di Bari (Puglia) o sito tra Nardò e Manduria, Scanzano Ionico (Basilicata), Palma (Sicilia). Il Governo ha sinora detto che i siti non sono stati ancora individuati.
Nel corso della trasmissione televisiva Omnibus, su La 7, durante un dibattito sulle elezioni regionali, Stracquadanio è intervenuto per giustificare il «no» alle centrali nucleari per Regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte: «Sono zone a alto consumo di energia - ha detto il parlamentare del Pdl - e quindi, se nonostante questo producono con il sistema attuale in modo tale da essere autosufficienti, forse non è opportuno piazzare le centrali proprio lì. Anche perchè l’energia prodotta poi bisogna distribuirla e durante la distribuzione si perde».
Quindi no al nucleare in Lombardia, Veneto e Piemonte perchè Regioni autosufficienti pur con un grande consumo di energia.
E la Sardegna? «Il mio amico Cappellacci - ha proseguito nel suo ragionamento il parlamentare del Pdl - dice di avere delle perplessità. Ma è un’affermazione generica. In Sardegna abbiamo avuto un problema, di recente. C’è stata la crisi dell’Alcoa, un’industria fondamentale per l’isola. Il Governo sta trattando con grande determinazione per mantenere i posti di lavoro. Ma la produzione di un’industria che lavora l’alluminio richiede un alto consumo di energia. Quindi, se possiamo avere la produzione dell’energia lì vicino è meglio. In più le centrali hanno anche necessità di grandi quantità d’acqua, quindi l’ideale sarebbe mettere la centrale lì vicino».
Neanche una parola sul fatto che l’energia rimanente (a meno che la centrale nucleare non sia a esclusivo uso dell’Alcoa) dovrebbe comunque essere trasportata, e con problemi ben maggiori rispetto a quelli che si presenterebbero in Lombardia, Veneto e Piemonte.
L’onorevole Stracquadanio ha poi smorzato i toni: «Dobbiamo ragionare con tutti, con le popolazioni e con le Regioni, nella definizione di una scelta strategica che la maggioranza ha fatto ottenendo l’appoggio degli elettori».
Da tempo circola un elenco, diffuso dai Verdi, secondo il quale le aree individuate per i reattori, oltre a Oristano con la piana del Cirras, sarebbero: Monfalcone (Friuli Venezia Giulia), Chioggia (Venezia), Caorso (Emilia Romagna), Fossano e Trino (Piemonte), Scarlino (Toscana), San Benedetto del Tronto (Marche), Montalto di Castro e Latina (Lazio), Termoli (Molise), Mola di Bari (Puglia) o sito tra Nardò e Manduria, Scanzano Ionico (Basilicata), Palma (Sicilia). Il Governo ha sinora detto che i siti non sono stati ancora individuati.
da La Nuova Sardegna
martedì 23 marzo 2010
domenica 14 marzo 2010
Peggio del McCarthy di sessanta anni fa
di EUGENIO SCALFARI
Tralascio per ora le consuete e querule lamentazioni del nostro pseudo san Sebastiano nazionale trafitto dalle frecce dei magistrati comunisti. Mi sembra più interessante cominciare questo articolo con un'osservazione sul comune sentire dei centristi.I centristi, quelli che non amano prender posizione neppure nei momenti in cui schierarsi sarebbe inevitabile, si rifugiano nella tecnica di mandare la palla in tribuna anziché tenerla in campo. Gli argomenti usati e ormai consueti sono: descrivere le manifestazioni di popolo come stanchi riti vissuti con annoiata indifferenza perfino da chi vi partecipa; sottolineare che "i veri problemi" non sono quelli di schieramento ma i programmi delle Regioni nelle quali si voterà il 28 marzo; infine sottolineare l'importanza di un'astensione di massa dal voto come segnale idoneo a ricondurre la casta politica sulla retta via dell'amministrazione.
Questa saggezza centrista non mi pare che colga la realtà per quanto riguarda i fatti e mi sembra alquanto sconsiderata nelle sue proposte. La piazza del Popolo di ieri pomeriggio era gremita e ribollente di passione, di senso di responsabilità e insieme di rabbiosa indignazione: niente a che vedere con l'indifferenza di un rito stanco. La proposta dell'astensione rivolta al centrosinistra mostra la corda: l'astensione sarebbe soltanto un favore alla maggioranza che ci sgoverna e non metterebbe affatto il governo sulla retta via della buona amministrazione.
Il governo sarebbe ben felice di un'astensione a sinistra che compensasse la vasta astensione che si delinea a destra. Se è vero - e gli stessi centristi lo dicono ormai a chiare note - che il governo non riesce ad esprimere una politica ma mette in opera tutti i mezzi leciti e illeciti per puntellare il suo potere annullando controlli e garanzie, lo strumento elettivo è il solo capace di punirlo affinché cambi registro o se ne vada. Gli elettori di destra in buona fede si astengano invece di turarsi il naso di fronte al pessimo odore che anch'essi ormai percepiscono; quelli di sinistra votino senza esitazioni perché è il solo modo per far rinsavire un Paese frastornato e licenziare la cricca che fa man bassa delle istituzioni.
I problemi concreti, la disoccupazione, la caduta del reddito, l'immigrazione, la sanità, il Mezzogiorno, sono tanti e gravi, ma il problema dei problemi è appunto la cricca e il boss della cricca. Se non si risolve preliminarmente quello, tutti gli altri continueranno a marcire.
Ne abbiamo l'ennesima conferma dalle ultime notizie che arrivano dalla Procura di Trani e che sono su tutti i giornali di ieri. Il presidente del Consiglio ha preteso che l'Autorità garante del pluralismo nei "media" azzerasse la trasmissione Annozero, ha dato più volte indicazioni a Minzolini di come condurre il Tg1, ha imposto al direttore generale della Rai di bloccare le trasmissioni sgradite.
È possibile che questi comportamenti non configurino reati gravi, ma certo raccontano una politica di sopraffazione indecente contro il pluralismo e la libertà di stampa. Per un leader di partito e soprattutto per il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo, questi reiterati interventi dovrebbero portarlo alle dimissioni immediate e irrevocabili. E i primi a reclamarle dovrebbero essere i suoi collaboratori, ivi compreso il cofondatore del Pdl, Gianfranco Fini.
* * *
Il progetto costituzionale di Silvio Berlusconi è molto chiaro: vuole riscrivere la Costituzione. Non modificarne alcuni punti ma riscriverla stravolgendone lo spirito, mettendo al vertice una sorta di "conducator" eletto direttamente dal popolo insieme alla maggioranza parlamentare da lui stesso indicata e subordinando alla sua volontà non solo il potere esecutivo e quello legislativo ma anche i magistrati del pubblico ministero, la Corte costituzionale e le autorità di controllo e di garanzia.
Questo progetto non è nato oggi ma è nella sua mente fin dal 2001, quando ebbe inizio la legislatura che durò fino al 2006 e si svolse durante il settennato al Quirinale di Carlo Azeglio Ciampi. Le divergenze tra il presidente della Repubblica e il presidente del Consiglio furono numerose e ebbero come oggetto soprattutto quel tema; non potendo cambiare la Costituzione nel modo da lui desiderato Berlusconi tentò di modificarla nei fatti contestando sistematicamente le attribuzioni del capo dello Stato e i poteri che gli derivano.
Il capo dello Stato rappresenta il coronamento istituzionale della democrazia parlamentare così come la configura la nostra Costituzione ed è, proprio per questo il maggior ostacolo ai progetti di Berlusconi. Non è dunque un caso che i suoi bersagli costanti siano stati Scalfaro, Ciampi, Napolitano: tre uomini estremamente diversi tra loro, con diversi caratteri e diverse origini culturali, ma con identica dedizione ai loro doveri costituzionali. E proprio per questo sono stati tutti e tre nel mirino di Berlusconi fin da quando salì per la prima volta alla presidenza del Consiglio avendo in animo di governare da solo, senza ostacoli di sorta che controllassero la legalità delle sue azioni e ne limitassero la discrezionalità che egli vuole piena e assoluta.
Gli attriti con Ciampi furono, come ho ricordato, numerosi. Due di essi in particolare avvennero in circostanze di estrema tensione. Il primo in occasione della nomina di tre giudici della Corte costituzionale, il secondo nel momento della promulgazione della legge Gasparri sul sistema televisivo nazionale.
Ho avuto la ventura di esser legato a Ciampi da un'amicizia che dura ormai da quarant'anni, sicché ebbi da lui un lungo racconto di quei due episodi poco tempo dopo il loro svolgimento. Non ho mai rivelato quel racconto, del quale ho conservato gli appunti nel mio diario quotidiano. Spero che il presidente Ciampi mi perdonerà se oggi ne faccio cenno, poiché la riservatezza che finora ho rispettato non ha più ragion d'essere al punto in cui è arrivata la situazione politica italiana.
L'episodio concernente la nomina dei tre giudici della Consulta nella quota che la Costituzione riserva al Presidente della Repubblica, avvenne nella sala della Vetrata del Quirinale. Erano presenti il segretario generale del Quirinale, Gifuni e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta. I temi da discutere erano due: i rapporti con la Commissione europea di Bruxelles dove il premier doveva recarsi per risolvere alcuni importanti problemi e la nomina dei tre giudici.
Esaurito il primo argomento Ciampi estrasse da una cartella i tre provvedimenti di nomina e comunicò a Berlusconi i nomi da lui prescelti. Berlusconi obiettò che voleva pensarci e chiese tempo per riflettere e formulare una rosa di nomi alternativa. Ciampi gli rispose che la scelta, a termini di Costituzione, era di sua esclusiva spettanza e che la firma del presidente del Consiglio era un atto dovuto che serviva semplicemente a certificare in forma notarile che la firma del Capo dello Stato era autentica e avvenuta in sua presenza. Ciò detto e senza ulteriori indugi Ciampi prese la penna e firmò passando i tre documenti a Berlusconi per la controfirma.
A quel punto il premier si alzò e con tono infuriato disse che non avrebbe mai firmato non perché avesse antipatia per i nomi dei giudici ma perché nessuno poteva obbligarlo a sottoporsi ad una scelta che non derivava da lui, fonte unica di sovranità perché derivante dal popolo sovrano.
La risposta di Ciampi fu gelida: "I documenti ti verranno trasmessi tra un'ora a Palazzo Chigi. Li ho firmati in tua presenza e in presenza di due testimoni qualificati. Se non li riavrò immediatamente indietro da te controfirmati sarò costretto a sollevare un conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte costituzionale. "Ti saluto" rispose altrettanto gelidamente Berlusconi e uscì dalla Vetrata seguito da Letta. In serata i tre atti di nomina tornarono a Ciampi debitamente controfirmati.
Il secondo episodio avvenne nel corso di una colazione al Quirinale, sempre alla presenza di Gifuni e di Letta. Il Parlamento aveva votato la legge Gasparri e l'aveva trasmessa a Ciampi per la firma di promulgazione. Presentava, agli occhi del Capo dello Stato, svariati e seri motivi di incostituzionalità e mortificava quel pluralismo dell'informazione che è un requisito essenziale in una democrazia e sul quale, appena qualche mese prima, Ciampi aveva inviato al Parlamento un suo messaggio.
La colazione era da poco iniziata quando Ciampi informò il suo ospite del suo proposito di rinviare la legge alle Camere, come la Costituzione lo autorizza a fare motivando le ragioni del rinvio e i punti della legge da modificare. Berlusconi non si aspettava quel rinvio. Si alzò con impeto e alzò la voce dicendo che quella era una vera e propria pugnalata alla schiena. Ciampi (così il suo racconto) restò seduto continuando a mangiare ma ripeté che avrebbe rinviato la legge al Parlamento. L'altro gli gridò che la legge sarebbe stata comunque approvata tal quale e rinviata al Quirinale e aggiunse: "Ti rendi conto che tu stai danneggiando Mediaset e che Mediaset è una cosa mia? Tu stai danneggiando una cosa mia".
A quel punto si alzò anche Ciampi e gli disse: "Questo che hai appena detto è molto grave. Stai confessando che Mediaset è cosa tua, cioè stai sottolineando a me un conflitto di interessi plateale. Se avessi avuto un dubbio a rinviare la legge, adesso ne ho addirittura l'obbligo". "Allora tra noi sarà guerra e sei tu che l'hai voluta. Non metterò più piede in questo palazzo".
Uscì con il fido Letta. Ciampi rinviò la legge. Il premier per sei mesi non mise più piedi al Quirinale.
Venerdì scorso ho rivisto su Sky un bellissimo film prodotto da George Clooney. Si intitola "Good Night and Good Luck", Buona notte e buona fortuna, e racconta di una società televisiva che guidò la protesta dei democratici americani contro la campagna di intimidazione con la quale il senatore McCarthy, presidente d'una commissione di inchiesta del Senato, aveva intimidito e colpito giornalisti, docenti universitari, produttori ed attori, uomini d'affari, sindacalisti, scienziati e tutta la classe dirigente con l'accusa di essere comunisti o loro fiancheggiatori.
Quella società televisiva, guidata da un giornalista coraggioso, mise McCarthy sotto accusa, ne documentò la faziosità e suscitò un tale movimento di opinione pubblica che il Senato aprì un'indagine e destituì McCarthy da tutti i suoi incarichi.
Sky l'ha rimesso in onda l'altro ieri ed ha fatto a mio avviso un'ottima scelta: la sua attualità è stupefacente.
Citerò le parole con le quali il protagonista conclude: "La televisione è uno strumento che può e deve contribuire a rendere le persone più consapevoli, più responsabili e più libere. Se mancano questi presupposti e questi obiettivi la televisione è soltanto una scatola piena di fili elettrici e di valvole".
Aggiungo io: una scatola, ma a volte molto pericolosa se qualcuno se ne impadronisce e la controlla a proprio uso e consumo.
Good Night, and Good Luck.
lunedì 8 marzo 2010
Quel pasticciaccio di Palazzo Chigi un precedente contro le regole
CI SONO, nel decreto legge varato ieri notte dal governo, un pregio e una quantità di difetti. Ezio Mauro, nel suo editoriale di ieri ne ha già dato conto. Proseguirò sulla stessa strada da lui aperta e nelle considerazioni svolte dall'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida. Ma c'è anche e soprattutto un indirizzo politico che emerge da quel decreto, che suscita grandissima preoccupazione.
Il pregio è d'aver dato al maggior partito di maggioranza e ai suoi candidati la possibilità di partecipare al voto regionale in Lombardia e nel Lazio, così da esercitare il diritto elettorale attivo e passivo. Quest'esigenza era stata sottolineata non solo dagli interessati ma anche dai partiti dell'opposizione. Bersani, Di Pietro, Casini, avevano dichiarato nei giorni scorsi di voler vincere disputando la loro eventuale vittoria "sul campo e non a tavolino". Il decreto consente che questo avvenga ed infatti avverrà se i tribunali amministrativi della Lombardia e del Lazio ne ravviseranno le condizioni sulla base del decreto già operativo nel momento in cui quei due tribunali si pronunceranno. Spetta infatti a loro - e non al decreto - stabilire se le prescrizioni previste saranno state correttamente adempiute.
I difetti - che meglio possono essere definiti vere e proprie prevaricazioni - sono molteplici. Alcuni di natura politica, altri di natura costituzionale. Cominciamo da questi ultimi. Esiste una legge del 1988 che vieta ogni decretazione in materia elettorale.
Ora è chiaro che un decreto interpretativo (come è stato definito quello di ieri) non può contravvenire ad una legge vigente e sostanzialmente abrogarla senza con ciò produrre un'innovazione. Cessa pertanto la natura interpretativa che risulta essere soltanto un'appiccicatura mistificante, e riappare invece un intervento che modifica anzi contraddice norme vigenti sulla stessa materia.
C'è un'altra questione assai delicata: l'intera materia elettorale riguardante le Regioni è di spettanza delle Regioni stesse. Le stesse leggi elettorali in materia di procedura differiscono in parecchi punti l'una d'altra. E' quindi molto dubbio che il governo nazionale possa entrare con una sua interpretazione su leggi che non sono interamente di sua diretta spettanza. Interpretazioni di tal genere spetterebbero ai consigli regionali i quali tuttavia sono scaduti in attesa del rinnovo elettorale.
Su tutte queste questioni saranno certamente proposti ricorsi e quesiti alla Corte. Ove questa li accogliesse mi domando quale sarebbe la validità e gli esiti degli scrutini del 29 marzo. Il Presidente della Repubblica aveva giustamente definito "un pasticcio" la situazione venutasi a creare. Purtroppo il decreto di ieri non risolve affatto il pasticcio anzi per molti aspetti lo aggrava.
Quanto alla scorrettezza politica, la più grave riguarda la mancata condivisione della sanatoria decretata dal governo con le forze d'opposizione. Il Presidente della Repubblica ne aveva ripetutamente sottolineato l'opportunità ed anzi aveva condizionato ad esso ogni statuizione. Il suo rifiuto dell'altro ieri ad autorizzare un decreto che modificasse le procedure elettorali ad elezioni in corso era motivato anche da questo.
Non solo la condivisione è mancata ma il premier ed i suoi collaboratori senza eccezione alcuna hanno incolpato l'opposizione d'aver reso impossibile l'esercizio del diritto elettorale. In particolare questa responsabilità dell'opposizione si sarebbe verificata a Roma, dove militanti radicali e di altri partiti avrebbero fisicamente bloccato i rappresentanti della lista Pdl impedendo loro di varcare la soglia dell'ufficio elettorale del tribunale.
Questa circostanza, sulla quale i radicali hanno già sollevato denuncia di calunnia, dovrà comunque esser provata dinanzi al Tar del Lazio nell'udienza di domani. E' comunque grave un'inversione così macroscopica delle responsabilità, sulla base della quale i colpevoli vengono condonati e gli innocenti puniti.
* * *
Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha definito il decreto del governo come "il male minore", distinguendosi ancora una volta con queste parole dalla linea di Berlusconi. Ma nel caso in questione Fini ha sbagliato per difetto. Il decreto interpretativo non è un male minore. E' un male identico se non addirittura peggiore d'un decreto innovativo.
Anzitutto non si può dare un'interpretazione diversa e così estensiva ad una procedura elettorale con effetto retroattivo. L'interpretazione, se retroattiva, diventa infatti un vero e proprio condono ed un condono è quanto di più innovativo vi sia dal punto di vista legislativo.
Ma c'è di peggio. Poiché nel diritto pubblico un precedente produce una variante valida anche per il futuro, questo precedente potrà essere invocato d'ora in poi per condonare qualunque irregolarità procedurale a discrezione del governo. Non bastava il sistema delle ordinanze, immediatamente esecutive e sottratte ad ogni vaglio preventivo di costituzionalità; ad esso si aggiungerà d'ora in poi il decreto interpretativo facendo diventare norma l'aberrante principio che la sostanza prevale sempre sulla forma, come dichiarò pochi giorni fa il presidente del Senato, Schifani, dando espressione impudentemente esplicita ad un principio eversivo della legalità. Esiste nella nostra lingua la parola "sprocedato" per definire una persona scorretta che si comporta in modo contrario ai suoi doveri. La esse è privativa, sprocedato significa appunto "senza procedura".
E bene, stabilire la prevalenza della sostanza sulla forma in materia di procedura non ha altra conseguenza che legittimare l'illegalità permanente nella vita pubblica, o meglio: far coincidere la legalità con il volere del capo dell'esecutivo, cioè stabilire la legittimità dell'assolutismo.
Un decreto interpretativo con potere retroattivo realizza questo gravissimo precedente. Non a caso Berlusconi lo ha preteso facendo balenare ripetutamente la minaccia di sollevare dinanzi alla Corte costituzionale un conflitto di attribuzioni tra il governo e il Capo dello Stato. Gianni Letta è stato il "missus dominicus" di questo vero e proprio ultimatum e - a quanto si sa - l'ha fatto valere con inusitata decisione. Questi gentiluomini del Papa ci stanno dando molte sorprese da qualche giorno in qua sui più vari terreni. Un Letta in armatura e lanciato a passo di carica non l'avevamo ancora visto anche se da tempo sotto il suo guanto appariva sempre più spesso l'artiglio di ferro.
Male minore, presidente Fini? Purtroppo non sembra.
* * *
Che fare? Chi ne ha titolo rappresenti al Tar i problemi che sono di sua competenza per quanto riguarda il giudizio di applicazione del decreto. (Il Tar lombardo ha già concesso a Formigoni la sospensiva dell'ordinanza dell'Ufficio elettorale e deciderà definitivamente nei prossimi giorni). E chi ha titolo sollevi i problemi di costituzionalità dinanzi alla Corte.
Le sortite "sprocedate" di Di Pietro nei confronti del presidente della Repubblica sono da respingere senza se e senza ma. Nella situazione data il Capo dello Stato è stato messo in condizioni di necessità e ha dovuto dare la precedenza all'esercizio del diritto elettorale, riuscendo anche a far togliere alcune disposizioni transitorie che riservavano l'applicazione del decreto alle sole Regioni di Lombardia e Lazio. Si sarebbe in quel caso creata una diseguaglianza tra gli elettori di fronte alla legge recando così un vulnus costituzionale di palese evidenza. Resta il pasticcio ed un precedente che accelera la trasformazione dello Stato dalle regole all'arbitrio del Sovrano. Gli elettori giudicheranno anzitutto i candidati e i programmi da essi sostenuti. Ma sarà bene che riflettano anche su questi aspetti politici di involuzione democratica. Non sarà un referendum pro o contro Berlusconi, ma certamente l'occasione per scegliere in favore di leggi valide per tutti o in favore delle "cricche" che hanno occupato le istituzioni usandole a favore dei loro privatissimi interessi. L'occasione per cambiare questo andazzo arriverà tra venti giorni. Errare è umano, ma perseverare nell'errore non lo sarebbe.
venerdì 5 marzo 2010
Il sonno della Regione genera mostri
Di Marcello Fois
Commentare l'attuale stagione politica in Sardegna significa, sotto molti aspetti, fare un viaggio nelle tenebre melmose dell'insipienza. Il risultato della recente consultazione elettorale, che ha scalzato quel prepotente di Renato Soru dal timone di una regione che rischiava di perdersi nel mare aperto dell'illiberalismo, ha riportato quella stessa regione nel pantano in cui era programmato che si incagliasse.
A un anno di distanza è chiarissimo che la restaurazione è avvenuta in pieno: coste edificabili; deregulation edilizia; immobilismo; spoil-system selvaggio; ritorno dell'assistenzialismo elettorale; scomparsa assoluta della Sardegna dal panorama mediatico nazionale. Il presidente Silvio Berlusconi un anno fa, dalle piazze sarde, ha preso impegni precisissimi e dettato tempi strettissimi, un anno, per risolvere quelle due o tre cose che il dittatore Soru aveva disfatto: edificazione sulle coste contro l'illiberale blocco (voti dei territori costieri); sistemazione dei problemi collegati al lassismo con cui Mister Tiscali aveva trattato le questioni di Porto Vesme e del Sulcis Iglesiente (voti confacenti); risoluzione immediata, attraverso "l'amico Vladimir" (Putin) di trattative e annessioni di fabbriche, in cui l'orrido miliardario comunista non si era abbastanza speso (altri voti); immediata felicità diffusa e sorrisi contro l'umbratile, presbiteriana, condotta soriana; la dimostrazione ipso facto che la Sassari-Olbia era un dato ormai assodato, tanto che gli bastava una telefonata per dare il via ai lavori; la soddisfazione di poter spiegare ai maddalenini in che modo si poteva trarre vantaggi tripli da un G8 gestito dalla destra piuttosto che dalla sinistra stalinista.
Bene un anno è passato e un nuovo paesaggio interno si è spalancato davanti agli occhi dei politici sardi. Quelli con la schiena dritta nel silenzio delle segreterie si dicono che, come l'ultimo e meno attrezzato elettore di paese, anche loro, pur amministratori di lungo corso, questa volta si sono fatti ingannare, e che, smarcarsi dall'attuale piega degli eventi, sta diventando un imperativo categorico. A destra qualcuno capisce che l'unica chance per potersi permettere almeno un accenno di campagna elettorale in Sardegna è quella di prendere immediatamente le distanze dall'attuale Governo Regionale che in quest'anno, come stabilito ad Arcore, ha brillato per la sua totale assenza.
A sinistra il problema è di coltivare efficacemente la memoria corta e provare a scordarsi che la partecipazione attiva di molti "progressisti" alla coalizione trasversale dei medici, muratori e curiali, ha donato la Sardegna a Berlusconi senza che la destra di sbattesse più di tanto. Tuttavia, poco prima che la Regione, a Berlusconi, è stata donata la Bandiera Quattro Mori, giusto per santificare l'ennesima svolta dei sardisti alla ricerca di un posto al sole. Quell' immagine resterà come icona della storia sarda recente e come conferma che ci sono coalizioni che, dalla Marcia su Roma in poi, hanno fatto della "fluidità" uno stile . La politica sartoriale comincia a mietere vittime non appena si fa confusione tra politica nazionale e politica locale. Infatti, chi ha uno stile proprio e riconoscibile, senza ambiguità, come l'interessantissimo movimento dell'IRS, avanza, meritatamente, nella stima popolare.
Gli aderenti dell'IRS hanno capito che, in questa particolare contingenza, le imminenti elezioni amministrative in Sardegna pongono il problema di quanto distanti siano gli obiettivi del Governo Nazionale dalle esigenze reali della Sardegna attuale. E i fatti recenti gli danno ragione su tutti i fronti. Per esempio le orrende intercettazioni telefoniche che hanno coinvolto politici locali sardi nell'ambito dell'inchiesta sugli appalti del G8 pensato, da Soru, alla Maddalena. Si capisce chiaramente perché il Premier Nazionale abbia un'antipatia così feroce nei confronti delle intercettazioni. Esse, pur non indicando alcunché di illegale, indicano qualcosa di peggio: una corte di servi sciocchi prepotenti con i deboli e pusillanimi con i potenti di turno.
Questa melma diffusa di relazioni, di accordi sottobanco, di nomine concordate, di lobbyes rampanti, è, seppur non sempre perseguibile, parificabile all'illegalità, perché sancisce l'impotenza dei rappresentanti che abbiamo creduto di eleggere liberamente. Un campione mediatico come l'On. Berlusconi sa bene che è proprio di questa sfiducia che si muore come leader politico. Certo il Dottor Cappellacci al momento non ha questo stesso problema: finito il suo compito di parafulmine, ritornerà nel dimenticatoio da cui proviene, come Chiodi (qualcuno se lo ricorda il governatore dell'Abruzzo?).
E' proprio Ugo Cappellacci il personaggio più "interessante" in questa tristissima vicenda, nel suo immane, e goffo, tentativo di sembrare amministratore al servizio dei sardi, piuttosto che di Berlusconi. Nel suo dover chiedere il permesso per qualunque esternazione non concordata al punto che i predecessori Pili e Soru sembrano, al suo confronto, due giganti non solo della politica, ma soprattutto dell'orgoglio locale. Eppure siamo in una regione in cui, più o meno limpidamente, lo stabiliranno i giudici che se ne stanno occupando, bisogna restituire almeno un vincitore di Sanremo a chi e stato derubato del G8, con quanto ne consegue in termini tregua sociale.
Non hanno avuto il G8? Si prendano Valerio Scanu! Il quale, tra un lago e l'altro, è stato promosso dall'attuale Assessore Regionale alla Cultura a campione dell'eccellenza sarda che si fa valere a livello nazionale. Del resto come dar torto alla signora Baire visto il silenzio fittissimo degli intellettuali sardi, anche di alcuni che eccellenze nazionali lo sono davvero. Pensate un po': fornitori nazionali di Amici, vincitori di festivals e veline brune. Decisamente in linea con un'idea imbelle della Sardegna. Tra breve, nella città costiera continua, torneremo a fare i manovali, i fattorini, i portieri di notte, i giardinieri, i camerieri stagionali, i custodi delle ville, i mozzi negli yachts. Poi, definitivamente addomesticati, correremo ad indossare il costume locale per essere pronti a consegnare serti di mirto e dolcetti di mandorle ai turisti nei porti e negli aeroporti. Il sonno della Regione genera mostri.
sabato 27 febbraio 2010
Il Pd per la salute
Stasera, ad Ales, l'incontro del Pd sul tema della sanità sarda. Tutti presenti, ciascuno con le sue prospettive, le idee, le aspettative in merito ad un partito che da poche settimane si è dato una strutturazione operativa. Tutti inequivocabilmente affini nel condannare una logica perversa di smembramento della sanità sarda che l'attuale governo regionale, con lo smantellamento del piano sanitario che dopo vent'anni vedeva la luce nell'isola, sta pericolosamente attuando. Il nocciolo del dibattito potrei riassumerlo in una frase di commento che qualcuno ha espresso nei confronti del ridisegno dello stesso sistema sanitario: "meglio portare venti pazienti da un medico, o un medico da venti pazienti?". E' stata una buona occasione d'incontro, utile ai militanti, semplice nella esposizione di alcuni problemi cardine anche per i non addetti ai lavori, significativa per aver dato segnali positivi di vitalità, dopo interminabili parentesi di silenzio che il pd ha vissuto a tutti livelli in questi utimi anni.
mercoledì 24 febbraio 2010
Il giorno dell'ipocrisia nel porto delle nebbie - di Giuseppe D'avanzo
SOLITAMENTE discreto, il procuratore di Roma Giovanni Ferrara decide di prendere la parola in pubblico. È già un errore. Conviene sempre che per i magistrati parlino i fatti. Nella carne viva di un'istruttoria o di un processo, poi è doveroso che quei fatti siano offerti soltanto nei luoghi deputati: l'udienza, l'aula. Gli argomenti che il Procuratore adopera peggiorano il quadro. Ferrara non trova il coraggio o l'umiltà di dirsi almeno addolorato per quanto è accaduto nel suo ufficio e a se stesso. Ha scelto incautamente per il governo del dipartimento dei reati contro la pubblica amministrazione una toga rivelatasi infedele, Achille Toro.
Achille Toro, si scopre, sopisce, tronca le indagini e - si scopre - addirittura spiffera agli indagati gli esiti che incuba lo scandalo della Protezione civile. Un buon motivo per rammaricarsi in pubblico della sua infelice preferenza; rassicurare della incorruttibilità degli altri pubblici ministeri; impegnarsi a comprendere che cosa e perché non è andato per verso giusto, come cambiare pagina. Ferrara non si cura di questo. A Toro, alla criticità che il suo comportamento apre nella sua procura, Ferrara non sembra interessato. Prende la parola per un altro sorprendente lavoro da sbrigare: biasimare le mosse della procura di Firenze, demolire la correttezza di un'inchiesta che scuote il mondo politico e il governo mentre svela le abitudini combriccolari che si nascondono dietro la "politica dell'emergenza".
Il suo argomento è diabolico: quei pubblici ministeri non erano "competenti". Dovevano astenersi da fare alcun passo perché i reati ipotetici sono stati commessi a Roma e la procura della Capitale è la sola abilitata a procedere. È una denuncia radicale: quell'inchiesta è illegittima e forse addirittura illegale. Ferrara sa che, sopravvissuto alla caduta della dittatura e confusamente accomodato dal legislatore, il nostro codice fornisce "un terreno di cultura ideale ai contrasti ideologici degli operatori". C'è un luogo delegato per risolvere queste controversie ed è la Corte di cassazione. È la strada che, sollevando una polemica pubblica e alquanto artefatta anche nel merito, Ferrara non imbocca. Vuole una polemica politica. La sollecita. Preme per gettare discredito su Firenze annientando un lavoro politicamente sensibile. La sortita dell'alto magistrato, con quel silenzio sulle malefatte di Achille Toro e con lo strepito contro l'altra procura, ravviva in un colpo solo il dubbio e la confusione che circondano da molto tempo la procura di Roma. Ufficio spesso quietista, qualche volta affetto dal morbo del conformismo, quasi intimidito dalla propria indipendenza.
Quel "morbo", annotava Piero Calamandrei, non è altro che un'ossessione, che non attende le raccomandazioni esterne, ma le previene; che non si piega alla pressione del potere, ma se l'immagina e la soddisfa in anticipo. Spesso i meccanismi intellettuali, le atmosfere emotive, le solidarietà corporative che si scorgono nell'ufficio di Ferrara appaiono affette da quella malattia e le parole arroganti sembrano rivendicare quella antica, bizzarra, discutibile pretesa - quasi castale - della procura di Roma di essere il foro penale precostituito per i Potenti: dovunque delinquano, Roma loquitur. Come accadeva - ricorda Franco Cordero - nella Francia ancien régime dove "si chiamavano Committimus le lettere grazie a cui date persone, schivando le solite giurisdizioni, adivano una corte sovrana".
C'erano dunque, al mattino, già buone ragioni per preoccuparsi e chiedersi se non sia giunto il tempo che anche la procura di Roma coltivi meglio la sua autonomia e indipendenza dal potere politico, ma quel che accade nel pomeriggio finisce per rendere grottesco, o "italiano" (fate voi), il caso. Ottanta sostituti si ribellano alla mossa del loro capo. Si convoca un'assemblea. Toni accessi, valutazioni severe. Si chiede a Ferrara di smentire quel che gli viene attribuito o di accettare il rimprovero di una nota collettiva e pubblica dei suoi collaboratori. Ne nasce un comunicato tartufesco, incredibilmente firmato anche da Ferrara, dove si legge che con la procura di Firenze "non c'è alcuno scontro" perché "la professionalità di quei colleghi non è in discussione"; che a Roma c'è "disagio" per quel che ha combinato Achille Toro, ma la sua infedeltà non può macchiare le toghe degli altri in un ufficio che "è coeso" e dunque non sfiducia il capo.
La nota è un capolavoro di ipocrisia, il fragile tentativo di dare una parvenza di solidità e coerenza a un'aria fritta che lascia irrisolta la sobria diffidenza che si nutre per la procura di Roma. È un'apprensione che non si può cambiare in un giorno né in una stagione. Si possono almeno cambiare subito le abitudini di quell'ufficio e aprire spazi ai molti pubblici ministeri che chiedono di fare soltanto il lavoro che la Costituzione assegna loro. Tocca a questi sostituti battere un colpo per diradare le nebbie che ancora si vedono intorno a quel Palazzo. Si deve avere fiducia che questo accadrà presto.
da Repubblica.it
martedì 26 gennaio 2010
giovedì 21 gennaio 2010
Processo breve: intervista a Saviano
repubblica.it
ROMA - "Non si possono velocizzare i processi a discapito di chi sta attendendo giustizia. Adesso il messaggio è chiaro. Se in Italia qualcuno pensa di avere risposta dallo Stato, sa che spesso potrà non averla. E chi al contrario percorre strade trasversali alla legalità, quelle della criminalità organizzata e non solo, avrà la consapevolezza di potersela cavare. Che esistono le regole, ma che possono essere corrette".Roberto Saviano, che accadrà quando il processo breve diventerà legge col voto della Camera?
"Per capirlo bisogna ricorrere ad alcune immagini. Processo Spartacus, quello che nei giorni scorsi ha portato alla condanna all'ergastolo in Cassazione per 16 boss della vecchia guardia casalese: con questa legge il primo grado non sarebbe rientrato nei tempi. Sarebbe stato impossibile dimostrare che lo Stato persegue i reati, che è in grado, magari con lentezza, di condannare i colpevoli. Ancora, col processo breve giungeranno a prescrizione i maggiori processi in corso per incidenti sul lavoro. Processi che purtroppo necessitano di tempi lunghi per via delle perizie tecniche e a causa della lentezza della macchina giudiziaria. Per non parlare in ultimo della colpa medica. Tutte le persone che hanno subito interventi medici segnati da errori o terapie sbagliate vedranno cancellato il loro processo".
I cittadini hanno diritto a tempi rapidi, è la tesi del governo.
"Ma perché i cittadini devono pagare due volte? Prima, attendendo tempi lunghissimi per il giudizio. Poi, durante il processo, vedendo cancellata la speranza di avere giustizia? Vero, bisogna velocizzare i processi. La lentezza della macchina giudiziaria italiana è scandalosa, ancor più per un paese che si definisce democratico. Prioritario e giusto velocizzarla. Ma rendendola più efficiente, mettendola in grado di funzionare. Non si può pensare di velocizzare a discapito di chi cerca giustizia".
Obiezioni valide, se non si trattasse di una legge ad personam.
"Basterebbe poco per dimostrare che non si tratti di una norma che fa gli interessi di qualcuno. Dire: ecco, questa legge entrerà in vigore da domani, a partire dai nuovi processi, non ha valore retroattivo. Ma purtroppo così non è".
Ritiene che tra i rischi vi sia quello della diffusione di un senso di impunità, una sorta di incentivo involontario alla criminalità organizzata?
"Il rischio c'è. La criminalità organizzata, e non solo, potrà pensare di cavarsela sempre. Che le regole ci sono ma modificabili".
Il suo appello contro il processo breve, attraverso il nostro giornale e il sito, ha raccolto 500 mila firme. È stato tutto vano?
"Non è stato vano. Quelle centinaia di migliaia di persone sono lì a ricordare che quella non è una legge condivisa, che non va nella direzione della democrazia. Su questo, concordano molti elettori del centrodestra. Mi chiedo con che faccia, da domani, i rappresentanti del governo potranno guardare negli occhi chi chiede giustizia e non potrà più averne".
Ormai la legge è in dirittura d'arrivo. In cosa spera?
"Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento".
Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
"Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su "metodo e analisi criminale", applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi".
Ormai la legge è in dirittura d'arrivo. In cosa spera?
"Spero ci sia ancora un margine perché rinsavisca chi crede ancora nello Stato. Se poi la legge sul processo breve verrà approvata anche dalla Camera, allora spero che venga rimandata in Parlamento".
Da domani, lei inizierà un seminario alla Normale di Pisa. Sarà uno dei più giovani docenti.
"Il direttore della Normale, Salvatore Settis, mi ha offerto la possibilità di tenere un seminario e la cosa mi gratifica e mi entusiasma. Terrò un seminario su "metodo e analisi criminale", applicata sia al genere letterario che ai metodi investigativi".
Saviano in cattedra, per dire cosa?
"Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l'immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni '70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell'emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra".
E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
"Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà".
"Nella prima lezione, cercherò di dimostrare come l'immigrazione nel Sud Italia stia diventando uno strumento di lotta alla mafia. Come, a partire dagli anni '70, le grandi città meridionali si siano svuotate a causa dell'emigrazione e africani e immigrati abbiano coperto quei vuoti. Ma non riproducendo più il sistema criminale preesistente, anzi cercando di scardinarlo. Il caso Rosarno lo dimostra".
E il suo obiettivo, al di là del messaggio?
"Fornire informazioni alle nuove generazioni. Sarà come servire ai ragazzi dei picconi, delle torce sui caschi. Spero così di costruire un metodo attraverso il quale aiutare a guardare con occhi diversi la realtà".
lunedì 18 gennaio 2010
domenica 10 gennaio 2010
Si parte da quì
"Seppure assai brevemente cercherò di argomentare le ragioni che mi hanno indotto ad accettare la candidatura a Segretario Provinciale del Pd della provincia di Oristano, ed al tempo stesso proverò anche ad indicare alcune parole chiave attraverso le quali poter leggere l’idea del Pd che vorrei contribuire a costruire.
Contribuire a costruire appunto. Insieme a quanti già localmente lo rappresentano nelle Istituzioni legislative ed in quelle amministrative del territorio, a quanti sono già impegnati nei Circoli ed a quanti vorranno unirsi in questo faticoso ed affascinante percorso sin dai prossimi giorni.
L’elezione degli organismi dirigenti intermedi avviene in Sardegna, e quindi anche ad Oristano, per la prima volta dopo più di due anni dal natale del Partito Democratico. Nel resto d’Italia invece si parla già di rinnovi.
Rispetto ad allora non siamo più al Governo del Paese e neppure a quello della Regione. Nel frattempo abbiamo conosciuto tre Segretari Nazionali ed altrettanti a livello Regionale. E sempre per non allontanarci dal numero perfetto, abbiamo collezionato anche tre pesanti sconfitte elettorali: le politiche, le regionali e le europee.
A Roma come a Cagliari scontiamo nell’esercizio del nostro ruolo istituzionale questa condizione oggettivamente difficile: inutile nasconderselo. In questo territorio si aggiunge il fatale “smarrimento politico” di chi viene avvertito ed inizia persino a sentirsi comunque perdente.
Da più di dieci anni infatti i riformisti sono fuori dal Governo della Provincia e della Città capoluogo e dei principali Comuni del territorio . C’è la tentazione di accontentarsi, di ritagliarsi lo spazio per una rappresentazione minoritaria di sola e pura testimonianza; talvolta – per disperazione – di emulare prassi un po’ spregiudicate per esistere, ma sempre meno l’ambizione di essere competitivi e di costruire con pazienza una proposta ed un’alleanza politica per vincere e per cambiare.
Eppure sperimentando in prima persona l’umile servizio al seggio elettorale costituito nella città di Oristano in occasione delle ultime Primarie, ho visto più di un terzo degli elettori del Pd della mia Città fare la fila, senza soluzione di continuità dalle 7 del mattino alla tarda serata, per scegliere il Segretario Nazionale e Regionale di questo Partito. E’ successo anche nel territorio. Una marea umana. Non c’era il richiamo come in passato del candidato a governare il Paese o la Regione, motivi di per se assai mobilitanti: questa volta si sceglieva semplicemente il segretario del Partito.
Un atto di orgoglio verso l’idea Democratica ed insieme un voglia matta di partecipazione per chiunque difficile solo da immaginare .
Un’offerta di risorse umane nel mercato della costruzione della proposta politica che a nessuno è permesso di sprecare.
E partirei da qui. Dicendo alcune cose.
Proviamo a costruire dunque anche da noi il Partito Democratico come un partito dei cittadini (elettori ed iscritti, così recita lo Statuto). Un partito flessibile, aperto, consapevole e partecipe dei movimenti sociali.
Un partito presente nelle comunità, fatto di iscritti ai Circoli, nei quali discutere, e di cittadini da consultare e coinvolgere attraverso le diverse forme offerte dalla tecnologia informatica e da internet, e attraverso le consultazioni Primarie.
Si, le Primarie. Ecco , il primo tag, la prima parola chiave. Io credo nelle Primarie, le considero un tratto genetico del Partito Democratico. I partiti non sono associazioni qualunque, organizzazioni chiuse che operano nell’interesse degli iscritti: sono strumenti di partecipazione dei cittadini alla vita delle nostre città. Le proposte che maturano trovano consenso e forza non solo dal proprio interno, ma soprattutto dalle risposte che generano all’esterno, perché all’esterno in fondo si rivolgono quando diventano programma di governo per una Comunità e sempre all’esterno misurano la loro efficacia. Ci sarà una ragione se anche la nostra Costituzione ne ha voluto indicare una specifica fattispecie. I nostri elettori vanno ascoltati e quindi interpellati quando si decide una strategia di grande respiro, quando si indica un programma di governo per il Paese o per il Territorio e quando al tempo stesso si sceglie chi a quella strategia ed a quel programma deve dare testa e gambe. Credo peraltro che da tale impostazione non si tornerà indietro, anche se questa forma di partecipazione va comunque presidiata a fronte di qualche cattiva tentazione verso un ritorno ad un passato che sembrava lontano. Vorrei che questa idea non la lasciassimo cadere quando nei prossimi giorni andremmo a redigere il nuovo Statuto del Partito Democratico sardo e comunque per noi sarà lo strumento privilegiato della partecipazione. Strumento, appunto. Uno strumento e non un’ideologia: l’ideologia va concretata sempre e comunque a prescindere dalle circostanze di luogo e di tempo, gli strumenti vanno usati saggiamente e con una certa flessibilità se vogliamo che siano utili ed appaiano utili.
Proviamo poi a sperimentare la laicità nella nostra esperienza associativa e nella nostra proposta politica. La seconda parola chiave. Un partito laico, consapevole delle proprie radici, ma al tempo stesso permeabile alle novità, curioso del cambiamento. Dove laico vuol dire innanzitutto vedere le cose per quello che sono, “non raccontandoci favole, non cercando di far aderire quello che osserviamo alle nostre convinzioni”. Un partito laico e rispettoso di tutti ha più a cuore i diritti delle persone, la libertà delle loro relazioni ed il sostegno da dedicare ad esse rispetto alle proprie convinzioni di parte. Senza allontanarmi molto dal mio ambiente familiare guardo alla condizione delle famiglie, alla dimensione del fenomeno dei single, delle coppie ricostituite e delle coppie di fatto. Ebbene non ci si può opporre e non le si può negare. In politica non vedere significa negare e non si può negare come la società si articola. Il Pd deve essere laico, senza esitazioni. Chi scrive è un credente ed è persuaso che la dimensione religiosa ha una forte ricaduta sociale, attiene alle libertà della persona, non può essere collocata in una dimensione esclusivamente individuale. Non riuscirei a pensare al mio impegno politico prescindendo dalle mie convinzioni religiose. Ma la prima preoccupazione di un laico cristiano a servizio della propria comunità non è quella di difendere un’identità, ma di maturare il coraggio di un impegno responsabile secondo lo spirito del Vangelo. C’è una base etica all’idea del Pd che ci deve orientare sempre: tenere insieme il ruolo influente dei convincimenti religiosi ed il richiamo ai principi costituzionali e all’esaltazione delle differenze ed alla loro tutela. Questa è la barra per essere e poter essere avvertiti come il partito che difende ed estende i nuovi diritti civili alle persone. Ne va della nostra riconoscibilità, in una parola della nostra identità.
Ma la laicità è una pratica che dovremo declinare anche al nostro interno. Siamo un partito plurale, si dice. Si, siamo un partito plurale. Fotografiamo pure questa pluralità ma abituiamoci però a pensare e vivere la nostra esperienza politica non tanto come una realtà che tutela ed amplifica le differenze interne , magari da custodire e tramandare gelosamente solo per resistere, quanto come un luogo dove la pratica del confronto reciproco esalta i tratti comuni di una sensibilità e di un progetto che invece ci permetta di esistere. Senza dimenticarci che al nostro Progetto guardano in tanti, e che forse i più – da quindici anni a questa parte – si sono riconosciuti solo nell’Ulivo prima, e nel nostro partito poi. Nel direttivo che andremo a costituire dopo l’elezione dell’Assemblea Provinciale sarà prevalente la nuova identità democratica, certo senza marginalizzare nessuno ma “comunque” la nuova identità democratica: voglio dirlo da subito ed a scanso di equivoci. Le scelte che andremo a compiere, anche per quanto riguarda la selezione della classe dirigente e delle rappresentanze istituzionali, proveremo ad indirizzarle verso chi meglio questa nuova identità riuscirà ad incarnarla. Su questo saremo intransigenti. Non troverà terreno fertile l’idea uno di questa provenienza ed uno di quest’altra.
Proviamo a costruire anche un partito strutturato ma comunque partecipato. Terza e quarta parola chiave. Le due cose dovranno sempre stare insieme perché la struttura non può essere quella dei tempi che furono: deve essere una struttura dinamica e capace di far partecipare il maggior numero di persone possibile alle decisioni. Noi dobbiamo saper vedere i cambiamenti, esserne parte, orientarli verso il meglio ed il più opportuno. Sotto questo aspetto i Circoli sono una risorsa, la vera ed unica corrente che dovrà sopravvivere dopo questo tormentato e troppo lungo esodo dai partiti di provenienza. Obiettivo del breve termie: un circolo in ogni Paese ed una frantumazione dell’unico Circolo urbano in circoli dislocati nelle diverse zone della città, con una sede aperta e possibilmente frequentata almeno nei quartieri popolari e nelle frazioni più popolose. La Città capoluogo, il buco nero del Pd, costituirà oggetto di un’attenzione particolare sul piano organizzativo, da concertare con il Comitato Cittadino e con il Gruppo Consiliare. Ed insieme alla Città capoluogo i grandi centri del territorio dove è influente anche “l’opinione”. Lo dico perché abbiamo bisogno di un partito che accorci le distanze, che faccia cose comprensibili a tutti, che parli alle comunità ogni volta che prende la parola. Un partito non di gerarchie ma di relazioni e di rapporti, dove il candidato Sindaco e ed il candidato Presidente della provincia si decide ad Oristano e nel territorio; dove le scelte si fanno con le persone competenti a prescindere dalla loro provenienze; dove la qualità sia sempre riconosciuta non potendosi parlare di merito solo quando ne parliamo fuori, ma dovendo parlare di merito soprattutto anche con riferimento a noi stessi.
E per questo dobbiamo provare ad investire su una generazione nuova, nuova per davvero. Generazione nuova, quinta parola chiave. Personalmente non credo nella Giovanile così come riprodotta oggi nel Pd. Riflette le Giovanili dei partiti di provenienza con tanti vizi e poche virtù. Non so cosa ci riserverà lo Statuto ma spero si abbia un colpo di Alzhaimer rispetto alle esperienze pregresse. Sono convinto invece sia giunto il momento di guardare ai più giovani, ai giovani davvero, alla generazione dei non tutelati, dei precari, degli insicuri. Il Pd dovrebbe coinvolgerli soprattutto in questa fase difficile. Provare a guardare le cose con i loro occhi (avremo risolto già molti dei nostri problemi), farli partecipare al lavoro programmatico che andremo ad elaborare, dare visibilità al loro talento inserendoli nelle liste per l’elezione di sindaci e consiglieri nei nostri Comuni ( lo dico in vista delle imminenti elezioni amministrative). I giovani si formano li, nell’insostituibile agorà della propria comunità. Dove gli interessi premono, dove si impara a scindere ciò che è privato e ciò che è pubblico, dove si avvertono i bisogni della pancia e le esigenze dello spirito, dove le idealità si mediano nel quotidiano e dove il progetto diventa un concreto programma che può essere condiviso da chiunque, dove si impara a dire i si ed anche i no quando è necessario, dove la nostra conclamata cultura della solidarietà è messa quotidianamente alla prova dalla risorse disponibili e dalla nostra capacità di implementarle.
D’altra parte guardo ad un partito in cui il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col “nuovismo” né con le scelte calate dall’alto, ma significhi valorizzare e investire sulle esperienze e la capacità di rappresentare i territori.
Condivido quando si sostiene di credere “nella gavetta e quindi nei sindaci, amministratori anche di piccoli centri, dirigenti provinciali e coordinatori di Circolo …. nel coraggio di guardare fuori delle proprie finestre, per attrarre e valorizzare nel partito quanto di meglio offre la società nei suoi spazi di promozione culturale e sociale”.
Io non credo al giovanilismo dunque. Ma ritengo indispensabile valutare l’importanza del ricambio, che vuol dire iniziare presto, ma poi magari anche smettere presto. Non stare tutta la vita a perpetuarsi in politica. Confermo un’idea più volte espressa che il limite nei mandati istituzionali è una regola irrinunciabile: sapere che la nostra funzione è limitata nel tempo ci induce a non sprecarlo, a mettere a disposizione il meglio di noi stessi, ad evitare che dopo la fase dell’entusiasmo e della maturità possa prendere il sopravvento la stagione della conservazione. Ai tempi sempre più veloci della politica deve corrispondere la capacità del partito di selezionare una nuova classe dirigente in grado di interpretarla.
Scommettiamo quindi sul riformismo. La parola chiave identitaria, forse la più importante . Che per noi sardi significa tra l’altro non disperdere l’esperienza di governo maturata dal centro-sinistra in Sardegna nel quadriennio 2004/2008. Lo dico senza giri di parole. Abbiamo conosciuto in Sardegna un riformismo di buona stoffa che ha permesso all’Isola di essere una regione mediterranea consapevole della sua centralità, specie nella nuova epoca delle grandi migrazioni e dell’economia globale.
Un’isola che promuove la pace, gli scambi culturali verso le altre sponde del Mediterraneo.
Un ‘isola quale luogo di valorizzazione del made in Sardinia, attenta a tutelare e modernizzare le produzioni locali, ma senza rinunciare ai grandi comparti industriali.
Un’isola che investe sull’ambiente, dove l’economia verde diventa la priorità.
Un’ isola che tutela il suo ambiente e salvaguarda le sue coste, che non consuma inutilmente il territorio e riduce “le distanze” tra piccoli comuni e grandi centri.
Se noi saremmo capaci di raccogliere questa sfida saremo protagonisti; se ci attarderemmo, se esiteremmo siamo destinati a rimanere ai margini.
E’ un lavoro duro certamente , ma qualcuno lo deve pur fare.
Ed io credo che il Partito democratico sia nato per questo.
Si è parlato in questi mesi di piano casa, e la nostra non potrà essere una semplice opposizione. Dobbiamo avere un nostro piano casa che non prevede la distruzione dei territorio e gli affari facili per gli speculatori, ma la possibilità che tutti abbiano un alloggio, con una nuova politica per gli affitti, un piano straordinario per l’edilizia residenziale pubblica, l’adozione di nuovi modelli di housing sociale.
Per sperimentare la convivenza in una società trasformata, per reinventare insieme i luoghi in cui persone diverse si incontrano , lavorano, portano i bimbi all’asilo, pregano, insomma vivono.
Il nostro impegno deve rivolgersi alle persone, a chi giovane in difficoltà non capisce cosa faccia il Pd per lui, a chi professionista si trova a confrontarsi con gli studi di settore e non ci capisce, a chi perde il lavoro a 50 anni e non è aiutato da un sistema di formazione e di reinserimento professionale, a chi imprenditore di se stesso si trova l’Irap da pagare anche se non ha dipendenti, a chi dipendente si chiede perche le tasse le paghi solo lui e perche non possa detrarre le proprie spese costringendo anche gli altri – che non se ne curano- a pagarle.
Desideriamo un Pd che dica un no al nucleare, perché dispone di un piano energetico alternativo, credibile e sostenibile da presentare alla sua comunità.
Un Pd coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no. Che non ha paura di sollevare la propria voce a difesa del territorio come è accaduto mesi fa nelle Istituzioni parlamentari, in quelle regionali e locali, tra i cittadini con la formazione di un movimento popolare, di fronte al tentativo scellerato di deturpare definitivamente la nostra costa che va da Capo Mannu a Santa Caterina con l’ubicazione nel mare di una cancellata di pale eoliche.
Che si batte per difendere un’Università diffusa nel territorio che sia però di qualità. Un’eccellenza perché sia Università davvero.
Che mette in campo la sua forza di persuasione e la sua capacità di pressione politica quando la Regione incomprensibilmente taglia il plafond di risorse disponibili in favore di disabili ed anziani che beneficiano dei sussidi della Legge 162.
Certo va detto, il riformismo moderno, quello dell’attività virtuosa di governo, della politica a progetto, che vuole cambiare il mondo e non semplicemente rifletterlo così com’è, correggendone le ingiustizie e le arretratezze, il riformismo cosiddetto “attivo”, risulta frequentemente perdente. Perché agisce in un contesto incline a suggerire paure e ritirate in su connottu , alla rassicurante politica di sempre, quella delle clientele e dei favori personali, alla quale molti restano tenacemente attaccati; e perché, lo ha detto un parlamentare sardo che stimo molto, Guido Melis, ha bisogno di tempi più lunghi: “è presbite e non miope, guarda lontano non vicino, e crea frutti solo a distanza, quando l’elettore spesso si è stancato di aspettarli. Nell’immediato, la politica riformista, se vuole incidere, suscita invece opposizioni, disturba interessi grandi e piccoli, molesta le abitudini inveterate di interi strati sociali, di ceti professionali, di percettori di rendita a tutti i livelli. Scompagina insomma le nicchie rassicuranti nelle quali molti sopravvivono più o meno parassitariamente”.
Credo che alla fine sia stata questa , diciamocelo una volta per tutte, la ragione vera della nostra sconfitta alle Regionali della primavera del 2009. Forse non la sola, ma certamente quella vera viste le dimensioni del nostro ritardo elettorale.
Una sconfitta annunciata e che non abbiamo compreso per tempo. Ed ora bisogna abbandonare l’atteggiamento nostalgico che non ci porta da nessuna parte e cominciare una nuova storia, perché la stagione che si è appena conclusa sarà irripetibile per le modalità con cui è stata interpretata e vissuta dai suoi protagonisti. E forse i suoi stessi protagonisti non potranno più essere gli stesi. Non si deve restare ai margini, in una sorta di limbo per vedere che cosa accadrà, se non si vogliono vedere cancellati i risultati di un’azione efficace di riforma, quasi esemplare, portata avanti nella nostra Isola.
Perché quel disegno innovatore capace di dare respiro e prospettive alla Sardegna è ancora li; va certo modificato in qualche sua parte, adattato alla nuova condizione ma è in grado di raccogliere la sfida del dopo Cappellacci: un disegno innovatore su cui i sardi potranno scommettere nuovamente.
Per chi ci ha creduto e ci crede ancora , quando si tornerà a governare la Regione, perché ci torneremo, si tratterà solo di gestire quel rinnovato progetto con minori rigidità rispetto al passato, come abbisognano tutte le riforme per essere metabolizzate e generare progresso e quindi consenso, aprendo anche tanti fronti contemporaneamente ma chiudendone qualcuno, e nella consapevolezza che la politica e le sue organizzazioni non sono un ostacolo ma uno strumento perché le intuizioni amministrative diventino anche cultura e progetto di un popolo. Bisogna superare questo limite che ci ha segnato, anch’esso intralciando per qualche verso la nascita del partito Democratico.
Diciamocelo la nostra non è stata solo una sconfitta elettorale determinata da una cattiva politica della comunicazione del nostro operato. D’altra parte se non riusciamo a spiegarci non abbiamo ragione , abbiamo torto, e dovremmo smettere di pensare ad una nostra superiorità, perché quest’ultima c’è solo se è condivisa e se abbiamo il consenso per fare le cose.
Se non riusciamo a spiegarci siamo peggio e non meglio dei nostri avversari, e portiamo la responsabilità di vedere accadere cose sbagliate senza poter fare nulla per contrastarle.
Guardo con grande fiducia ai passi compiuti dal Segretario Regionale in questi primi mesi del suo operato.
E guardo positivamente anche alla voglia di vincere che torna a scorrere nelle nostre vene, al desiderio di costruire un alternativa per tornare a governare il paese, la regione i territori. Anche il nostro territorio. Proviamo allora a costruire l’alternativa. L’alternativa, l’altra parola chiave. Noi dobbiamo avviare una politica di alleanze sostenibili e credibili. Chiedo a tutti consapevolezza per quello che siamo, una sorta di spirito maggioritario, di senso della “guida”, ma anche un senso di limite che rifiuta sempre l’isterismo.
L’alternativa è fondamentale a qualunque livello, è vitale in questo territorio.
I sindacati ci hanno ricordato che siamo una Provincia di serie B, “con poco peso politico”. Ho letto sui giornali i dati che ci hanno fornito. Dati che fanno tremare: il tasso di attività è al 42 per cento (a Cagliari è del 47 per cento), l’occupazione ristagna al 46 per cento contro il 51,2 regionale e il 57 nazionale, in alcune zone della Marmilla la disoccupazione giovanile raggiunge il 70 per cento. Il reddito pro capite è pari a 11 mila euro, mentre la media regionale è superiore di mille euro. Numeri drammatici a cui vanno aggiunti gli oltre mille posti di lavoro persi nell’edilizia, i 144 tagliati nella scuola. Ancora i 350 lavoratori in cassa integrazione (in deroga e ordinaria), i 118 in mobilità e solo qualche giorno fa i 22 licenziamenti nel settore degli appalti telefonici.
I silenzi della Amministrazione Regionale. L’inerzia di un’Amministrazione Provinciale troppo segnata dalle divisioni interne alla sua maggioranza.
Spero davvero che il profilo del partito che andremo a definire anche da noi sia quello anticipato subito da Bersani, ossia di un partito non solo di opposizione ma che costruisce “un’alternativa” .
Dicevo consapevole del proprio ruolo ma anche del proprio limite. Non da solo ma insieme a chi ci sta sulla base di un programma condiviso. Saremo laici e non ci faremo imprigionare da schemi ideologici, da una visione tutta in bianco e nero che talvolta serpeggia in casa nostra.
Un’alternativa ad un ristretto gruppo di potere che nel nostro territorio si insidia ovunque e che pretende di comandare su tutti e dettare legge su tutto, che gambizza gli istituti della stessa democrazia con commissariamenti infiniti, che imbarazza ormai persino le forze politiche tendenzialmente moderate e tuttavia legate ad una forte tradizione autonomista e ad un sistema valoriale ancorato ai principi fondamentali espressi nella nostra Costituzione.
Un’alternativa che punta sulla trasparenza degli atti, sulle competenze di chi è chiamato ad assumerli, su un progetto fortemente identitario ed anche su leadership naturali per questo territorio che vuole tornare a contare.
Queste alcune delle parole chiave che sin dai prossimi giorni cercheremo di declinare all’interno di un progetto politico insieme all’organismo dirigente che sarà eletto. Un programma che sarà un po’ wiki, come sostiene il mio amico Civati, e che si definirà strada facendo.
La mia candidatura nasce da una scommessa unitaria dei democratici della provincia di Oristano, che pure si sono confrontati appena due mesi fa, aspramente ma civilmente, su tre mozioni nazionali e su due regionali.
Non sarebbe stata in campo in un contesto diverso o di contrapposizione.
Non vi sono altri patti che la cementano se non quello di provare a dare ai democratici di questo territorio che già ci sono, quel partito che ancora non c’è e di cui si avverte bisogno per trasformare idee in progetti ed i progetti in azioni amministrative efficaci.
Per offrire un’occasione di partecipazione alla vita delle nostre piccole comunità, per selezionare la migliore classe dirigente anche attraverso l’attenzione “verso” e la valorizzazione di significative esperienze civiche locali. Alimentiamoci di queste esperienze, diversamente il Pd non cresce.
La mia designazione è passata attraverso un mix di procedure antiche ma anche di percorsi nuovi che hanno permesso di sondare innanzitutto nei circoli il livello di gradimento della proposta.
Ringrazio pubblicamente quanti hanno voluto tenacemente sperimentare questa modalità certamente nuova, resistendo alla tentazione dei facili “caminetti”.
Il proposito iniziale dell’unità rimarrà un punto fermo del mio impegno verso iscritti ed elettori ben sapendo che affinché essa sia vera e non semplicemente una prigione dorata, dovrà sempre rappresentare uno stadio successivo a quello della discussione e del confronto interno. E poi si decide e quella decisione vale ed è un impegno per tutti.
Nessuno verrà marginalizzato. So cosa vuol dire esserlo. Non è solo il mio impegno: è l’unica richiesta che ho avanzato a quanti mi hanno proposto di assumere questa responsabilità, chiedendo non solo di condividerla ma di mettere insieme, vale per il parlamentare e i consiglieri regionali e per quanti dispongono di una sorta di apparato personale ereditato dalle esperienze pregresse, “a disposizione” di tutti, le risorse di ciascuno perché possano diventare amici e compagni di tutti.
Nel territorio il partito si costruisce così. Non ci sono altre strade. E non basta il Segretario Provinciale ed il Gruppo dirigente che sarà eletto sabato prossimo.
Un partito che sa creare le relazioni, che unisce i territori, che tiene insieme la Città ed i piccoli comuni, che ci tiene collegati, che invita anche le generazioni ad un confronto. Perché comunque ci deve essere un tempo per tutti. E non bisogna attendere i 50 anni.
Un progetto unitario che da l’idea di una comunità di persone che lavorano allo stesso obiettivo. Diversamente da quanto è accaduto in passato e non solo a livello locale.
Sarà un percorso di lungo periodo. Il nostro ritardo non è infatti solo elettorale, è politico e credo anche culturale .
Il viaggio sarà lungo ma se riusciremo a farlo insieme raggiungeremo quel risultato che in questi due anni abbiamo soltanto intravisto : il Partito Democratico anche nella provincia di Oristano."
Contribuire a costruire appunto. Insieme a quanti già localmente lo rappresentano nelle Istituzioni legislative ed in quelle amministrative del territorio, a quanti sono già impegnati nei Circoli ed a quanti vorranno unirsi in questo faticoso ed affascinante percorso sin dai prossimi giorni.
L’elezione degli organismi dirigenti intermedi avviene in Sardegna, e quindi anche ad Oristano, per la prima volta dopo più di due anni dal natale del Partito Democratico. Nel resto d’Italia invece si parla già di rinnovi.
Rispetto ad allora non siamo più al Governo del Paese e neppure a quello della Regione. Nel frattempo abbiamo conosciuto tre Segretari Nazionali ed altrettanti a livello Regionale. E sempre per non allontanarci dal numero perfetto, abbiamo collezionato anche tre pesanti sconfitte elettorali: le politiche, le regionali e le europee.
A Roma come a Cagliari scontiamo nell’esercizio del nostro ruolo istituzionale questa condizione oggettivamente difficile: inutile nasconderselo. In questo territorio si aggiunge il fatale “smarrimento politico” di chi viene avvertito ed inizia persino a sentirsi comunque perdente.
Da più di dieci anni infatti i riformisti sono fuori dal Governo della Provincia e della Città capoluogo e dei principali Comuni del territorio . C’è la tentazione di accontentarsi, di ritagliarsi lo spazio per una rappresentazione minoritaria di sola e pura testimonianza; talvolta – per disperazione – di emulare prassi un po’ spregiudicate per esistere, ma sempre meno l’ambizione di essere competitivi e di costruire con pazienza una proposta ed un’alleanza politica per vincere e per cambiare.
Eppure sperimentando in prima persona l’umile servizio al seggio elettorale costituito nella città di Oristano in occasione delle ultime Primarie, ho visto più di un terzo degli elettori del Pd della mia Città fare la fila, senza soluzione di continuità dalle 7 del mattino alla tarda serata, per scegliere il Segretario Nazionale e Regionale di questo Partito. E’ successo anche nel territorio. Una marea umana. Non c’era il richiamo come in passato del candidato a governare il Paese o la Regione, motivi di per se assai mobilitanti: questa volta si sceglieva semplicemente il segretario del Partito.
Un atto di orgoglio verso l’idea Democratica ed insieme un voglia matta di partecipazione per chiunque difficile solo da immaginare .
Un’offerta di risorse umane nel mercato della costruzione della proposta politica che a nessuno è permesso di sprecare.
E partirei da qui. Dicendo alcune cose.
Proviamo a costruire dunque anche da noi il Partito Democratico come un partito dei cittadini (elettori ed iscritti, così recita lo Statuto). Un partito flessibile, aperto, consapevole e partecipe dei movimenti sociali.
Un partito presente nelle comunità, fatto di iscritti ai Circoli, nei quali discutere, e di cittadini da consultare e coinvolgere attraverso le diverse forme offerte dalla tecnologia informatica e da internet, e attraverso le consultazioni Primarie.
Si, le Primarie. Ecco , il primo tag, la prima parola chiave. Io credo nelle Primarie, le considero un tratto genetico del Partito Democratico. I partiti non sono associazioni qualunque, organizzazioni chiuse che operano nell’interesse degli iscritti: sono strumenti di partecipazione dei cittadini alla vita delle nostre città. Le proposte che maturano trovano consenso e forza non solo dal proprio interno, ma soprattutto dalle risposte che generano all’esterno, perché all’esterno in fondo si rivolgono quando diventano programma di governo per una Comunità e sempre all’esterno misurano la loro efficacia. Ci sarà una ragione se anche la nostra Costituzione ne ha voluto indicare una specifica fattispecie. I nostri elettori vanno ascoltati e quindi interpellati quando si decide una strategia di grande respiro, quando si indica un programma di governo per il Paese o per il Territorio e quando al tempo stesso si sceglie chi a quella strategia ed a quel programma deve dare testa e gambe. Credo peraltro che da tale impostazione non si tornerà indietro, anche se questa forma di partecipazione va comunque presidiata a fronte di qualche cattiva tentazione verso un ritorno ad un passato che sembrava lontano. Vorrei che questa idea non la lasciassimo cadere quando nei prossimi giorni andremmo a redigere il nuovo Statuto del Partito Democratico sardo e comunque per noi sarà lo strumento privilegiato della partecipazione. Strumento, appunto. Uno strumento e non un’ideologia: l’ideologia va concretata sempre e comunque a prescindere dalle circostanze di luogo e di tempo, gli strumenti vanno usati saggiamente e con una certa flessibilità se vogliamo che siano utili ed appaiano utili.
Proviamo poi a sperimentare la laicità nella nostra esperienza associativa e nella nostra proposta politica. La seconda parola chiave. Un partito laico, consapevole delle proprie radici, ma al tempo stesso permeabile alle novità, curioso del cambiamento. Dove laico vuol dire innanzitutto vedere le cose per quello che sono, “non raccontandoci favole, non cercando di far aderire quello che osserviamo alle nostre convinzioni”. Un partito laico e rispettoso di tutti ha più a cuore i diritti delle persone, la libertà delle loro relazioni ed il sostegno da dedicare ad esse rispetto alle proprie convinzioni di parte. Senza allontanarmi molto dal mio ambiente familiare guardo alla condizione delle famiglie, alla dimensione del fenomeno dei single, delle coppie ricostituite e delle coppie di fatto. Ebbene non ci si può opporre e non le si può negare. In politica non vedere significa negare e non si può negare come la società si articola. Il Pd deve essere laico, senza esitazioni. Chi scrive è un credente ed è persuaso che la dimensione religiosa ha una forte ricaduta sociale, attiene alle libertà della persona, non può essere collocata in una dimensione esclusivamente individuale. Non riuscirei a pensare al mio impegno politico prescindendo dalle mie convinzioni religiose. Ma la prima preoccupazione di un laico cristiano a servizio della propria comunità non è quella di difendere un’identità, ma di maturare il coraggio di un impegno responsabile secondo lo spirito del Vangelo. C’è una base etica all’idea del Pd che ci deve orientare sempre: tenere insieme il ruolo influente dei convincimenti religiosi ed il richiamo ai principi costituzionali e all’esaltazione delle differenze ed alla loro tutela. Questa è la barra per essere e poter essere avvertiti come il partito che difende ed estende i nuovi diritti civili alle persone. Ne va della nostra riconoscibilità, in una parola della nostra identità.
Ma la laicità è una pratica che dovremo declinare anche al nostro interno. Siamo un partito plurale, si dice. Si, siamo un partito plurale. Fotografiamo pure questa pluralità ma abituiamoci però a pensare e vivere la nostra esperienza politica non tanto come una realtà che tutela ed amplifica le differenze interne , magari da custodire e tramandare gelosamente solo per resistere, quanto come un luogo dove la pratica del confronto reciproco esalta i tratti comuni di una sensibilità e di un progetto che invece ci permetta di esistere. Senza dimenticarci che al nostro Progetto guardano in tanti, e che forse i più – da quindici anni a questa parte – si sono riconosciuti solo nell’Ulivo prima, e nel nostro partito poi. Nel direttivo che andremo a costituire dopo l’elezione dell’Assemblea Provinciale sarà prevalente la nuova identità democratica, certo senza marginalizzare nessuno ma “comunque” la nuova identità democratica: voglio dirlo da subito ed a scanso di equivoci. Le scelte che andremo a compiere, anche per quanto riguarda la selezione della classe dirigente e delle rappresentanze istituzionali, proveremo ad indirizzarle verso chi meglio questa nuova identità riuscirà ad incarnarla. Su questo saremo intransigenti. Non troverà terreno fertile l’idea uno di questa provenienza ed uno di quest’altra.
Proviamo a costruire anche un partito strutturato ma comunque partecipato. Terza e quarta parola chiave. Le due cose dovranno sempre stare insieme perché la struttura non può essere quella dei tempi che furono: deve essere una struttura dinamica e capace di far partecipare il maggior numero di persone possibile alle decisioni. Noi dobbiamo saper vedere i cambiamenti, esserne parte, orientarli verso il meglio ed il più opportuno. Sotto questo aspetto i Circoli sono una risorsa, la vera ed unica corrente che dovrà sopravvivere dopo questo tormentato e troppo lungo esodo dai partiti di provenienza. Obiettivo del breve termie: un circolo in ogni Paese ed una frantumazione dell’unico Circolo urbano in circoli dislocati nelle diverse zone della città, con una sede aperta e possibilmente frequentata almeno nei quartieri popolari e nelle frazioni più popolose. La Città capoluogo, il buco nero del Pd, costituirà oggetto di un’attenzione particolare sul piano organizzativo, da concertare con il Comitato Cittadino e con il Gruppo Consiliare. Ed insieme alla Città capoluogo i grandi centri del territorio dove è influente anche “l’opinione”. Lo dico perché abbiamo bisogno di un partito che accorci le distanze, che faccia cose comprensibili a tutti, che parli alle comunità ogni volta che prende la parola. Un partito non di gerarchie ma di relazioni e di rapporti, dove il candidato Sindaco e ed il candidato Presidente della provincia si decide ad Oristano e nel territorio; dove le scelte si fanno con le persone competenti a prescindere dalla loro provenienze; dove la qualità sia sempre riconosciuta non potendosi parlare di merito solo quando ne parliamo fuori, ma dovendo parlare di merito soprattutto anche con riferimento a noi stessi.
E per questo dobbiamo provare ad investire su una generazione nuova, nuova per davvero. Generazione nuova, quinta parola chiave. Personalmente non credo nella Giovanile così come riprodotta oggi nel Pd. Riflette le Giovanili dei partiti di provenienza con tanti vizi e poche virtù. Non so cosa ci riserverà lo Statuto ma spero si abbia un colpo di Alzhaimer rispetto alle esperienze pregresse. Sono convinto invece sia giunto il momento di guardare ai più giovani, ai giovani davvero, alla generazione dei non tutelati, dei precari, degli insicuri. Il Pd dovrebbe coinvolgerli soprattutto in questa fase difficile. Provare a guardare le cose con i loro occhi (avremo risolto già molti dei nostri problemi), farli partecipare al lavoro programmatico che andremo ad elaborare, dare visibilità al loro talento inserendoli nelle liste per l’elezione di sindaci e consiglieri nei nostri Comuni ( lo dico in vista delle imminenti elezioni amministrative). I giovani si formano li, nell’insostituibile agorà della propria comunità. Dove gli interessi premono, dove si impara a scindere ciò che è privato e ciò che è pubblico, dove si avvertono i bisogni della pancia e le esigenze dello spirito, dove le idealità si mediano nel quotidiano e dove il progetto diventa un concreto programma che può essere condiviso da chiunque, dove si impara a dire i si ed anche i no quando è necessario, dove la nostra conclamata cultura della solidarietà è messa quotidianamente alla prova dalla risorse disponibili e dalla nostra capacità di implementarle.
D’altra parte guardo ad un partito in cui il rinnovamento necessario dei gruppi dirigenti non ha nulla a che vedere col “nuovismo” né con le scelte calate dall’alto, ma significhi valorizzare e investire sulle esperienze e la capacità di rappresentare i territori.
Condivido quando si sostiene di credere “nella gavetta e quindi nei sindaci, amministratori anche di piccoli centri, dirigenti provinciali e coordinatori di Circolo …. nel coraggio di guardare fuori delle proprie finestre, per attrarre e valorizzare nel partito quanto di meglio offre la società nei suoi spazi di promozione culturale e sociale”.
Io non credo al giovanilismo dunque. Ma ritengo indispensabile valutare l’importanza del ricambio, che vuol dire iniziare presto, ma poi magari anche smettere presto. Non stare tutta la vita a perpetuarsi in politica. Confermo un’idea più volte espressa che il limite nei mandati istituzionali è una regola irrinunciabile: sapere che la nostra funzione è limitata nel tempo ci induce a non sprecarlo, a mettere a disposizione il meglio di noi stessi, ad evitare che dopo la fase dell’entusiasmo e della maturità possa prendere il sopravvento la stagione della conservazione. Ai tempi sempre più veloci della politica deve corrispondere la capacità del partito di selezionare una nuova classe dirigente in grado di interpretarla.
Scommettiamo quindi sul riformismo. La parola chiave identitaria, forse la più importante . Che per noi sardi significa tra l’altro non disperdere l’esperienza di governo maturata dal centro-sinistra in Sardegna nel quadriennio 2004/2008. Lo dico senza giri di parole. Abbiamo conosciuto in Sardegna un riformismo di buona stoffa che ha permesso all’Isola di essere una regione mediterranea consapevole della sua centralità, specie nella nuova epoca delle grandi migrazioni e dell’economia globale.
Un’isola che promuove la pace, gli scambi culturali verso le altre sponde del Mediterraneo.
Un ‘isola quale luogo di valorizzazione del made in Sardinia, attenta a tutelare e modernizzare le produzioni locali, ma senza rinunciare ai grandi comparti industriali.
Un’isola che investe sull’ambiente, dove l’economia verde diventa la priorità.
Un’ isola che tutela il suo ambiente e salvaguarda le sue coste, che non consuma inutilmente il territorio e riduce “le distanze” tra piccoli comuni e grandi centri.
Se noi saremmo capaci di raccogliere questa sfida saremo protagonisti; se ci attarderemmo, se esiteremmo siamo destinati a rimanere ai margini.
E’ un lavoro duro certamente , ma qualcuno lo deve pur fare.
Ed io credo che il Partito democratico sia nato per questo.
Si è parlato in questi mesi di piano casa, e la nostra non potrà essere una semplice opposizione. Dobbiamo avere un nostro piano casa che non prevede la distruzione dei territorio e gli affari facili per gli speculatori, ma la possibilità che tutti abbiano un alloggio, con una nuova politica per gli affitti, un piano straordinario per l’edilizia residenziale pubblica, l’adozione di nuovi modelli di housing sociale.
Per sperimentare la convivenza in una società trasformata, per reinventare insieme i luoghi in cui persone diverse si incontrano , lavorano, portano i bimbi all’asilo, pregano, insomma vivono.
Il nostro impegno deve rivolgersi alle persone, a chi giovane in difficoltà non capisce cosa faccia il Pd per lui, a chi professionista si trova a confrontarsi con gli studi di settore e non ci capisce, a chi perde il lavoro a 50 anni e non è aiutato da un sistema di formazione e di reinserimento professionale, a chi imprenditore di se stesso si trova l’Irap da pagare anche se non ha dipendenti, a chi dipendente si chiede perche le tasse le paghi solo lui e perche non possa detrarre le proprie spese costringendo anche gli altri – che non se ne curano- a pagarle.
Desideriamo un Pd che dica un no al nucleare, perché dispone di un piano energetico alternativo, credibile e sostenibile da presentare alla sua comunità.
Un Pd coraggioso e più netto nei suoi sì e nei suoi no. Che non ha paura di sollevare la propria voce a difesa del territorio come è accaduto mesi fa nelle Istituzioni parlamentari, in quelle regionali e locali, tra i cittadini con la formazione di un movimento popolare, di fronte al tentativo scellerato di deturpare definitivamente la nostra costa che va da Capo Mannu a Santa Caterina con l’ubicazione nel mare di una cancellata di pale eoliche.
Che si batte per difendere un’Università diffusa nel territorio che sia però di qualità. Un’eccellenza perché sia Università davvero.
Che mette in campo la sua forza di persuasione e la sua capacità di pressione politica quando la Regione incomprensibilmente taglia il plafond di risorse disponibili in favore di disabili ed anziani che beneficiano dei sussidi della Legge 162.
Certo va detto, il riformismo moderno, quello dell’attività virtuosa di governo, della politica a progetto, che vuole cambiare il mondo e non semplicemente rifletterlo così com’è, correggendone le ingiustizie e le arretratezze, il riformismo cosiddetto “attivo”, risulta frequentemente perdente. Perché agisce in un contesto incline a suggerire paure e ritirate in su connottu , alla rassicurante politica di sempre, quella delle clientele e dei favori personali, alla quale molti restano tenacemente attaccati; e perché, lo ha detto un parlamentare sardo che stimo molto, Guido Melis, ha bisogno di tempi più lunghi: “è presbite e non miope, guarda lontano non vicino, e crea frutti solo a distanza, quando l’elettore spesso si è stancato di aspettarli. Nell’immediato, la politica riformista, se vuole incidere, suscita invece opposizioni, disturba interessi grandi e piccoli, molesta le abitudini inveterate di interi strati sociali, di ceti professionali, di percettori di rendita a tutti i livelli. Scompagina insomma le nicchie rassicuranti nelle quali molti sopravvivono più o meno parassitariamente”.
Credo che alla fine sia stata questa , diciamocelo una volta per tutte, la ragione vera della nostra sconfitta alle Regionali della primavera del 2009. Forse non la sola, ma certamente quella vera viste le dimensioni del nostro ritardo elettorale.
Una sconfitta annunciata e che non abbiamo compreso per tempo. Ed ora bisogna abbandonare l’atteggiamento nostalgico che non ci porta da nessuna parte e cominciare una nuova storia, perché la stagione che si è appena conclusa sarà irripetibile per le modalità con cui è stata interpretata e vissuta dai suoi protagonisti. E forse i suoi stessi protagonisti non potranno più essere gli stesi. Non si deve restare ai margini, in una sorta di limbo per vedere che cosa accadrà, se non si vogliono vedere cancellati i risultati di un’azione efficace di riforma, quasi esemplare, portata avanti nella nostra Isola.
Perché quel disegno innovatore capace di dare respiro e prospettive alla Sardegna è ancora li; va certo modificato in qualche sua parte, adattato alla nuova condizione ma è in grado di raccogliere la sfida del dopo Cappellacci: un disegno innovatore su cui i sardi potranno scommettere nuovamente.
Per chi ci ha creduto e ci crede ancora , quando si tornerà a governare la Regione, perché ci torneremo, si tratterà solo di gestire quel rinnovato progetto con minori rigidità rispetto al passato, come abbisognano tutte le riforme per essere metabolizzate e generare progresso e quindi consenso, aprendo anche tanti fronti contemporaneamente ma chiudendone qualcuno, e nella consapevolezza che la politica e le sue organizzazioni non sono un ostacolo ma uno strumento perché le intuizioni amministrative diventino anche cultura e progetto di un popolo. Bisogna superare questo limite che ci ha segnato, anch’esso intralciando per qualche verso la nascita del partito Democratico.
Diciamocelo la nostra non è stata solo una sconfitta elettorale determinata da una cattiva politica della comunicazione del nostro operato. D’altra parte se non riusciamo a spiegarci non abbiamo ragione , abbiamo torto, e dovremmo smettere di pensare ad una nostra superiorità, perché quest’ultima c’è solo se è condivisa e se abbiamo il consenso per fare le cose.
Se non riusciamo a spiegarci siamo peggio e non meglio dei nostri avversari, e portiamo la responsabilità di vedere accadere cose sbagliate senza poter fare nulla per contrastarle.
Guardo con grande fiducia ai passi compiuti dal Segretario Regionale in questi primi mesi del suo operato.
E guardo positivamente anche alla voglia di vincere che torna a scorrere nelle nostre vene, al desiderio di costruire un alternativa per tornare a governare il paese, la regione i territori. Anche il nostro territorio. Proviamo allora a costruire l’alternativa. L’alternativa, l’altra parola chiave. Noi dobbiamo avviare una politica di alleanze sostenibili e credibili. Chiedo a tutti consapevolezza per quello che siamo, una sorta di spirito maggioritario, di senso della “guida”, ma anche un senso di limite che rifiuta sempre l’isterismo.
L’alternativa è fondamentale a qualunque livello, è vitale in questo territorio.
I sindacati ci hanno ricordato che siamo una Provincia di serie B, “con poco peso politico”. Ho letto sui giornali i dati che ci hanno fornito. Dati che fanno tremare: il tasso di attività è al 42 per cento (a Cagliari è del 47 per cento), l’occupazione ristagna al 46 per cento contro il 51,2 regionale e il 57 nazionale, in alcune zone della Marmilla la disoccupazione giovanile raggiunge il 70 per cento. Il reddito pro capite è pari a 11 mila euro, mentre la media regionale è superiore di mille euro. Numeri drammatici a cui vanno aggiunti gli oltre mille posti di lavoro persi nell’edilizia, i 144 tagliati nella scuola. Ancora i 350 lavoratori in cassa integrazione (in deroga e ordinaria), i 118 in mobilità e solo qualche giorno fa i 22 licenziamenti nel settore degli appalti telefonici.
I silenzi della Amministrazione Regionale. L’inerzia di un’Amministrazione Provinciale troppo segnata dalle divisioni interne alla sua maggioranza.
Spero davvero che il profilo del partito che andremo a definire anche da noi sia quello anticipato subito da Bersani, ossia di un partito non solo di opposizione ma che costruisce “un’alternativa” .
Dicevo consapevole del proprio ruolo ma anche del proprio limite. Non da solo ma insieme a chi ci sta sulla base di un programma condiviso. Saremo laici e non ci faremo imprigionare da schemi ideologici, da una visione tutta in bianco e nero che talvolta serpeggia in casa nostra.
Un’alternativa ad un ristretto gruppo di potere che nel nostro territorio si insidia ovunque e che pretende di comandare su tutti e dettare legge su tutto, che gambizza gli istituti della stessa democrazia con commissariamenti infiniti, che imbarazza ormai persino le forze politiche tendenzialmente moderate e tuttavia legate ad una forte tradizione autonomista e ad un sistema valoriale ancorato ai principi fondamentali espressi nella nostra Costituzione.
Un’alternativa che punta sulla trasparenza degli atti, sulle competenze di chi è chiamato ad assumerli, su un progetto fortemente identitario ed anche su leadership naturali per questo territorio che vuole tornare a contare.
Queste alcune delle parole chiave che sin dai prossimi giorni cercheremo di declinare all’interno di un progetto politico insieme all’organismo dirigente che sarà eletto. Un programma che sarà un po’ wiki, come sostiene il mio amico Civati, e che si definirà strada facendo.
La mia candidatura nasce da una scommessa unitaria dei democratici della provincia di Oristano, che pure si sono confrontati appena due mesi fa, aspramente ma civilmente, su tre mozioni nazionali e su due regionali.
Non sarebbe stata in campo in un contesto diverso o di contrapposizione.
Non vi sono altri patti che la cementano se non quello di provare a dare ai democratici di questo territorio che già ci sono, quel partito che ancora non c’è e di cui si avverte bisogno per trasformare idee in progetti ed i progetti in azioni amministrative efficaci.
Per offrire un’occasione di partecipazione alla vita delle nostre piccole comunità, per selezionare la migliore classe dirigente anche attraverso l’attenzione “verso” e la valorizzazione di significative esperienze civiche locali. Alimentiamoci di queste esperienze, diversamente il Pd non cresce.
La mia designazione è passata attraverso un mix di procedure antiche ma anche di percorsi nuovi che hanno permesso di sondare innanzitutto nei circoli il livello di gradimento della proposta.
Ringrazio pubblicamente quanti hanno voluto tenacemente sperimentare questa modalità certamente nuova, resistendo alla tentazione dei facili “caminetti”.
Il proposito iniziale dell’unità rimarrà un punto fermo del mio impegno verso iscritti ed elettori ben sapendo che affinché essa sia vera e non semplicemente una prigione dorata, dovrà sempre rappresentare uno stadio successivo a quello della discussione e del confronto interno. E poi si decide e quella decisione vale ed è un impegno per tutti.
Nessuno verrà marginalizzato. So cosa vuol dire esserlo. Non è solo il mio impegno: è l’unica richiesta che ho avanzato a quanti mi hanno proposto di assumere questa responsabilità, chiedendo non solo di condividerla ma di mettere insieme, vale per il parlamentare e i consiglieri regionali e per quanti dispongono di una sorta di apparato personale ereditato dalle esperienze pregresse, “a disposizione” di tutti, le risorse di ciascuno perché possano diventare amici e compagni di tutti.
Nel territorio il partito si costruisce così. Non ci sono altre strade. E non basta il Segretario Provinciale ed il Gruppo dirigente che sarà eletto sabato prossimo.
Un partito che sa creare le relazioni, che unisce i territori, che tiene insieme la Città ed i piccoli comuni, che ci tiene collegati, che invita anche le generazioni ad un confronto. Perché comunque ci deve essere un tempo per tutti. E non bisogna attendere i 50 anni.
Un progetto unitario che da l’idea di una comunità di persone che lavorano allo stesso obiettivo. Diversamente da quanto è accaduto in passato e non solo a livello locale.
Sarà un percorso di lungo periodo. Il nostro ritardo non è infatti solo elettorale, è politico e credo anche culturale .
Il viaggio sarà lungo ma se riusciremo a farlo insieme raggiungeremo quel risultato che in questi due anni abbiamo soltanto intravisto : il Partito Democratico anche nella provincia di Oristano."
giovedì 7 gennaio 2010
Quando arrivano gambe e respiro
Sono passati oltre due anni dalla nascita del Partito Democratico, e finalmente, dopo l'interminabile serie di vicende che ci hanno portato fin quì, anche nella nostra provincia avremo un'organizzazione strutturata. Quante cose sono accadute, stagioni trascorse, aperte e poi chiuse senza che il nostro territorio potesse lasciare un segno decifrabile: la sconfitta alle politiche, lo spegnersi delle migliori speranze con lo scivolone alle regionali, i contraccolpi, le divisioni, l'inevitabile e sottesa emorragia di consensi verso un'orizzonte di proposte sempre più sfocato e coperto dal clamore delle urla di casa nostra. Il prolungamento continuo dello stato comatoso di un partito posticcio che non poteva esprimersi nei luoghi in cui era necessario, per il fatto che a nessuno era stato ancora assegnato il mandato di rappresentare l'intergità di un'organizzazione territoriale. Il declino annunciato ed inesorabile di un'isola, e nel nostro caso di una provincia, che non da oggi presentano problematiche cui la classe dirigente che attualmente governa non è affatto preparata a rispondere. Ed è stato così che i grandi poli della chimica hanno visto sfumare, in questi mesi, i riscontri concreti di fittizie promesse elettorali per un' isola che avrebbe dovuto ritornare a sorridere: è così che le realtà scolastiche ed universitarie piombano nel periodo più nero della valorizzazione culturale e formativa, in nome della salvaguardia dei bilanci e di una concezione puramente economica e ragionieristica della cultura. E' così che alla stessa logica, oggi, si tenta di piegare il sistema dell'assistenza ai meno fortunati ed ai diversamente abili, attraverso i tagli sconsiderati alla legge 162. E' così, ancora, che il territorio in cui sono cresciuto e in cui vivo, la Marmilla, presenta oggi un tasso di disoccupazione giovanile pari al 70%.La mia realtà, attualmente, può offrire molto poco ai giovani come me: la maggior parte di noi ragazzi non può negare di aver considerato, anche solo in maniera sporadica, l'eventualità di costruire il proprio futuro altrove.
Io aderisco al Partito Democratico perchè spero, credo, che esso sia lo strumento di maggior successo nel tentativo di realizzare un miglioramento apprezzabile di queste condizioni. A partire dal nostro territorio. A partire dalla nostra Provincia. E' per questo che ho appreso con entusiasmo la candidatura di Gianni Sanna alla segreteria Provinciale del PD. E' facilmente intuibile quali e quante siano le aspettative che il Pd dell'oristanese ripone nella figura del futuro segretario. Potremo finalmente dare gambe e respiro alla miriade infinita di prospettive per ora solamente discusse, potremo dimostrare che un Pd ad Oristano Provincia esiste, e che costituisce un luogo valido di partecipazione dei cittadini ed un soggetto altrettanto valido di interlocuzione e confronto per le diverse realtà sociali ed istituzionali che lo attendono da tempo. Potremo tenere accesa la speranza di chi, in quell'ormai lontano 14 ottobre del 2007, partecipò con il proprio voto alla nascita del più grande partito riformista d'Italia. Ho letto la proposta politica del futuro segretario sul suo blog, l'ho apprezzata molto, ho riflettuto sulle opportunità che essa può offrire ad un progetto che ha imprescindibilmente bisogno di decollare. Tra qualche mese la sfida delle provinciali e delle amministrative ci metterà di fronte ad un banco di prova cui non potremo sottrarci: lì misureremo la nostra capacità di tenuta e crescita. Ad una distanza temporale così immediata dalla fase di organizzazione interna, questa avventura per noi sarà certamente rischiosa: al Pd, a Gianni Sanna e a noi tutti il compito di trasformare i rischi in promettenti opportunità. Buon lavoro a tutti.
sabato 2 gennaio 2010
Per ricordare l'esempio
Credo che questo video possa chiaramente fare a meno di commenti o di presentazioni. C'è poco da aggiungere ad una tale concezione dell'etica politica e della società, ed al coraggio di un uomo di saper tradurre in pratica i principi in esse contenuti, che denotano oggi, in Italia, una rara specificità. Ciò non significa, ovviamente, che nell'Italia del 2010 non esistano persone oneste, o che queste ultime siano meno di quelle che vissero gli anni in cui fu registrato questo video.
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